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Controlli sui cellulari, no dei sindacati. Pronti alla mobilitazione contro il monitoraggio di pc e smartphone. Poletti: ma la privacy è rispettata. Squinzi: chi è pulito non ha niente da temere

Paolo Baroni. Sui controlli a distanza di pc, tablet e telefoni si alza il livello dello scontro. Per il segretario generale della Cgil Susanna Camusso le novità introdotte col Jobs act rappresentano una forma «di spionaggio contro i lavoratori. È difficile non chiamarlo Grande fratello». E Maurizio Landini (Fiom) aggiunge: «Il governo trasforma il lavoro in merce e non rispetta i diritti».

Per Carmelo Barbagallo (Uil) quello introdotto è «l’ennesimo strumento di un neoliberismo dalla faccia buona, ma non meno sfrenato di quello antico». «È una norma che inquieta, va fatta chiarezza» dice Annamaria Furlan (Cisl). E a questo punto Cgil, Cisl e Uil sono pronte a mobilitarsi.

La difesa di Poletti

Per cercare di placare la bagarre il ministero del Lavoro ha diffuso ieri una nota nella quale spiega che non c’è nessuna liberalizzazione dei controlli, ma la nuova norma si limita ad adeguare lo Statuto dei lavoratori alle innovazioni tecnologiche intervenute nel frattempo aiutando a fare chiarezza ed aumentando le protezioni. Tra l’altro, le nuove regole, oltre ad imporre il rispetto assoluto del Codice sulla privacy, prevedono che «al lavoratore venga data adeguata informazione circa l’esistenza e le modalità d’uso delle apparecchiature di controllo». E questo vale sia per quelle installate con l’accordo sindacale sia per quelle autorizzate dalla Direzione territoriale del lavoro o dal ministero. Senza contare che «qualora il lavoratore non sia adeguatamente informato dell’esistenza e delle modalità d’uso delle apparecchiature di controllo e delle modalità di effettuazione dei controlli dal nuovo art. 4 discende che i dati raccolti non sono utilizzabili a nessun fine, nemmeno a fini disciplinari».

In una nota ufficiale la Cgil sostiene che in base ad una prima valutazione «sui controlli a distanza siamo di fronte ad un abuso rispetto alle norme sulla privacy, che segna un punto di arretramento rispetto allo Statuto dei lavoratori». E «il venir meno dell’obbligatorio accordo sindacale renderà più difficile proteggere i lavoratori da usi indebiti delle informazioni da parte delle aziende».

«Sindacati antistorici»

Secondo l’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi il no dei sindacati all’adeguamento delle norme del 1970 è «antistorico». Anche il giuslavorista e senatore Pd Pietro Ichino dice di non capire le proteste, perché «le nuove regole aumentano la protezione dei lavoratori», non le abbassano certo. Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi non vuol sentire parlare di Grande fratello: «La norma inserita nel Jobs act – spiega – non mi sembra una cosa così grave. Chi ha la coscienza pulita non dovrebbe temere nessun tipo di controllo, non si deve avere paura». E a chi gli chiede se controllerà i dipendenti, Squinzi replica seccato con un «no!».

La Stampa – 19 giugno 2015 

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