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Controllo dipendenti, le aziende varano la lista dei divieti. Smartphone, tablet, gps: studi legali mobilitati per applicare il decreto. I sindacati: serve condivisione

Vietato utilizzare il computer aziendale per transazioni finanziarie e acquisti on line, vietato registrarsi «a siti i cui contenuti non siano legati all’attività lavorativa»: i nuovi “strumenti di lavoro”, smartphone, Gps, tablet, con il Jobs Act sono diventati una formidabile fonte di dati che documentano accuratamente la giornata dei dipendenti e, all’occasione, possono essere utilizzati per sanzioni disciplinari, fino ad arrivare al licenziamento.

L’importante è che il lavoratore venga avvisato prima, un obbligo che molte aziende, visto che non è necessario stipulare un accordo con le rappresentanze sindacali, stanno affrontando dando incarico a studi specializzati di redigere apposite “Policy” che le mettano al riparo da eventuali azioni legali: «Ce lo hanno chiesto imprese degli ambiti più diversi conferma Pomares – dalle multinazionali al settore cinematografico a una dell’occhialeria a un’altra che produce tubi industriali ». La novità rispetto alla precedente normativa sta nella regolarità dei controlli, che prima erano possibili solo quando si aveva ragione di sospettare che il dipendente avesse commesso un illecito. Adesso invece tutti sorvegliati: è ben difficile trovare un’azienda che non utilizzi strumenti di lavoro che permettano anche il controllo a distanza. L’unico limite è il rispetto della normativa a tutela della privacy. Però i sindacati non si chiamano fuori: «L’obbligo dell’accordo sindacale preventivo, previsto prima del Jobs Act per il controllo effettuato attraverso gli strumenti informatici – osserva Serena Sorrentino, segretario confederale della Cgil – bilanciava l’equilibrio tra le esigenze dell’impresa e quelle del lavoratore, prevenendo forme di discriminazioni o altre deviazioni. Se manca questa forma di bilanciamento, prevale il contraente forte, cioè l’impresa, che però si espone maggiormente al contenzioso se utilizza in modo improprio i dati raccolti ». «Nella proposta unitaria Cgil-Cisl-Uil che abbiamo appena inviato alle controparti abbiamo posto anche questo tema – dice Gigi Petteni, segretario confederale Cisl – perché crediamo che la strada migliore per tutti sia quella di ricondurre queste forme di controlli alla contrattazione, chiediamo di fare protocolli condivisi. La contrattazione è anche la forma più idonea per disciplinare queste materie rispetto alla tendenza attuale alla iperlegislazione ». Ma anche chi è chiamato ad applicare queste norme auspica che siano il più possibile condivise: «E’ nell’interesse dell’azienda che il rapporto con il lavoratore rimanga essenzialmente un rapporto basato sulla fiducia – dice Enrico Pedretti, direttore marketing di Manageritalia – e che ci sia una tutela ampia del singolo, altrimenti si otterrà solo che i dipendenti avranno paura a usare i nuovi strumenti di lavoro».

Repubblica – 23 gennaio 2016 

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