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Coprifuoco o stop mirati: Lombardia e Campania le regioni a rischio. Quattro giorni per decidere la stretta. Nelle grandi città l’idea di scaglionare fino alle 11 l’entrata a scuola

La Repubblica. Quattro giorni decisivi, da oggi a domenica. Il tempo necessario per capire due cose: il trend della pandemia, disponibile già domani con il consueto monitoraggio settimanale. E i numeri che usciranno fuori dal nuovo incremento dei tamponi, ieri balzati a oltre 150 mila. Poi il governo deciderà, fianco a fianco con le Regioni in piena crisi Covid, se sostenere lockdown mirati. A partire dai due territori in maggiore sofferenza in queste ore, Campania e Lombardia, dove il contagio schizza sempre più in alto. Non si esclude nulla, neanche la chiusura di un’intera Regione, ma non nel brevissimo periodo.
L’idea, per il momento, è intervenire su quartieri in affanno, città o anche intere province lombarde o campane massacrate dal contagio. Come? La misura più probabile è una chiusura generalizzata, anche se con criteri meno stringenti di quelli di marzo. Oppure, ipotesi al vaglio in queste ore a Palazzo Chigi, ricalcando la formula francese del “coprifuoco” serale, in vigore fino al mattino seguente. Una soluzione intermedia, una chance prima di procedere con azioni più drastiche.
Sia chiaro: l’allarme è alto, ma il sistema sanitario per il momento regge. Vanno potenziati i test, ancora, e va migliorata la comunicazione tra le Asl e la app Immuni, finora fallimentare. Per il momento, però, gli ospedali accolgono i malati e le terapie intensive non segnano particolari criticità. Ma basta pochissimo per entrare in crisi. Lo sa Giuseppe Conte, che non a caso per la prima volta ieri non ha escluso in linea di principio una chiusura totale nazionale. Al suo fianco, Roberto Speranza monitora i dati. È preoccupato dai numeri che arrivano dal resto d’Europa. Attende quelli del monitoraggio settimanale, poi assieme all’esecutivo deciderà se procedere, come procedere e dove procedere.
In Lombardia in particolare, alcune province iniziano informalmente a ipotizzare con il governo la chiusura. In Campania la situazione è altrettanto complessa: la differenza tra positivi giornalieri e guariti si avvicina pericolosamente alla soglia di 800, indicata dal presidente Vincenzo De Luca come quella che obbligherebbe a un lockdown. Una terza regione a rischio è la Liguria (in realtà sorvegliate speciali sono pure Veneto, Sardegna e Trentino), e anche lì si sta procedendo a giri di vite mirati in alcuni quartieri di Genova.
Funziona il coprifuoco serale? È un interrogativo che alimenta il dibattito nell’esecutivo in queste ore. L’efficacia è tutta da dimostrare, il vantaggio sarebbe non colpire in modo troppo duro alcune attività economiche e commerciali. La bussola di Speranza, comunque, è quella di agire facendosi guidare dai numeri del virus: non si chiude seguendo i confini regionali, ma il criterio «epidemiologico». Dove il sistema rischia la saturazione, si ferma tutto.
Il terreno su cui si registrano gravi ritardi è intanto quello del trasporto pubblico locale, legato al capitolo scuola. Oggi stesso Francesco Boccia incontrerà i governatori. E con loro si troverà d’accordo nel sostenere ingressi scaglionati in classe, in modo da allentare la pressione sui mezzi. L’obiettivo è scadenzare l’entrata dalle 8 alle 10, forse anche alle 11, in modo da dare respiro soprattutto alle dieci città in cui si vive una situazione complessa su questo fronte: da Roma a Torino, passando per Milano e Napoli. In realtà, Lucia Azzolina non è d’accordo su una forbice così ampia. E spinge per limitare la fascia d’ingresso a tre soluzioni: 8, 8.30 e 9. Così ha spiegato ieri il suo capo di gabinetto durante una riunione con Paola De Micheli e gli assessori regionali ai Trasporti.
Durante il summit è stata in particolare la Lombardia a chiedere di procedere a uno scaglionamento radicale degli orari di ingresso. È un punto su cui ha battuto anche Antonio Decaro, a nome dell’Anci. Mentre Elisa De Berti, assessora veneta ai Trasporti, ha ribadito la richiesta di didattica a distanza, «almeno un giorno a settimana». De Micheli ha chiesto a tutti di «non mostrare divisioni all’esterno» e ha ridimensionato l’allarme: «Calma, non basta una foto di un mezzo pieno per dire che l’intero sistema è in crisi». La ministra si è comunque spesa per un compromesso, che non tocca però la soglia massima dell’80% di capienza: gli assessori invieranno invece al governo un report con i numeri del pendolarismo e le situazioni di criticità, ricevendo dall’esecutivo la massima libertà sugli orari.

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