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Corruzione. Tra inchieste e processi, nella nostra Regione dall’inizio dell’anno quasi due casi al mese. La ricerca europea: più di un veneto su dieci dice di aver pagato mazzette

Hai pagato tangenti negli ultimi dodici mesi? Alla domanda ha risposto sì il 14,2 per cento dei veneti. «Era il 2013. Quattro anni prima, nel 2010, i sì erano stati meno: 9,2 per cento», dice Alberto Vannucci. Professore di Scienza Politica a Pisa, Vannucci è autore di Atlante della corruzione , saggio sul malaffare della pubblica amministrazione di casa nostra molto apprezzato in libreria.

I numeri che ricava dal Quality of government institute di Gothenburg , Svezia, confermano l’impressione: c’è più corruzione o, comunque, il reato è tornato decisamente nel mirino delle procure. «Il sondaggio del QOG misura la corruzione spicciola, che paghi per il piccolo favore. Quella scoperta dalle inchieste è differente. I protagonisti partecipano a un gioco che dura da tempo, con regole che tutti conoscono e accettano. Sanno costituire il nero che deriva dagli affari e spartirlo ai vari livelli. Decidono su tutto come fosse cosa loro». L’inchiesta Mose, come per altro quella su Abano e le tangenti del sindaco-detenuto Luca Claudio, per Vannucci è «paradigmatica. La si scopre per caso, indagando spesso su altro. Questo fa pensare che quanto emerso sia la punta dell’iceberg, anche il Veneto».

Se sia solo punta o iceberg si vedrà. Resta che, col nuovo anno, la regione ha «conosciuto» molti casi di corruzione e concussione. Ecco i principali. Gennaio, giorno 11. La Finanza bussa alle porte della veneziana Sacaim. Indaga la procura di Como, che sospetta irregolarità negli appalti per la realizzazione del sistema di paratie mobili in costruzione nel Lario. E’ il «Mini Mose», per la somiglianza con l’opera (super tangentata, ma è un caso) che sta sorgendo in Laguna. Sacaim ha costruito il ponte della Libertà e restaurato la Fenice. A Como si è aggiudicata l’appalto del piccolo Mose: 12 milioni, lievitati ad oltre 30 in corso d’opera. Si sveglia l’Autorità nazionale anti corruzione, che segnala ai pm. Passano sei mesi e, l’1 giugno scorso, sul lungolago scattano gli arresti: ai domiciliari due funzionari del comune di Como, il titolare della denuncia di inizio attività per il recupero dell’area oggetto d’inchiesta e, ancora, il titolare di una locale impresa edile. Indagine tutta da sviluppare.

Dal lago ai monti. Belluno, 19 gennaio. Una mezzetta da 10 mila euro avrebbe convinto qualcuno della commissione tecnica provinciale a tenere bassi i prezzi all’ingrosso di calcare, pietrisco e altri materiali estratti dalla cava di Col delle Vi, a danno del Comune di Farra d’Alpago, proprietario del sito in concessione. Le fiamme gialle visitano anche le sedi delle tre società che formano il consorzio Farra Sviluppo: la bellunese Fratelli De Prà spa, la Fornaci Calce Grigolin di Susegana e la Fassa Bortolo di Spresiano (le ultime hanno il 45 per cento ciascuna delle quote). All’epoca nessun nome sul registro degli indagati e inchiesta che prosegue al coperto.

Altro consorzio nel mirino dei pm a Verona. Consorzio energia veneto dovrebbe coordinare acquisto, distribuzione e vendita dell’energia per i comuni e gli enti pubblici consorziati: efficienza e risparmio per i 1.190 accreditati. Invece, pare, Cev serviva a far vincere le gare d’appalto a ditte riferibili ai vertici del consorzio. Tre aziende – Global Power, E-Globalservice spa e Vottoria srl – hanno come presidente dei cda l’ex notabile dc Gaetano Zoccatelli. L’assicuratore è anche direttore del Cev. Il 27 gennaio finisce ai domiciliari con altri quattro. Per altri due arriva l’obbligo di dimora.

Marzo, giorno 11. Arresti a domicilio per Sergio Vittadello, patron della Viattadello Intercantieri di Limena, Padova, leader nella realizzazione di strade. Vittadello, per la procura di Roma, avrebbe pagato tangenti ad Antonella Accroglianò. E’ la «dama nera» responsabile dei lavori pubblici di Anas finita in manette ad ottobre 2015: avrebbe accelerato la definizione di un accordo bonario col patron padovano sul pagamento di alcuni lavori. Inchiesta aperta.

Tentata concussione e turbativa d’asta. E’ il 12 maggio e ai domiciliari va Giovanni Serpelloni, cavaliere del proibizionismo di giovanardiana (l’ex ministro Carlo) memoria, ex capo del Dipartimento politiche antidroga della presidenza del Consiglio, direttore del Sert di Verona. Il medico (con i colleghi Maurizio Gomma e Oliviero Bosco, anche loro arrestati a domicilio) avrebbe indebitamente preteso una percentuale sugli incassi e un «risarcimento» da 100 mila euro dalla società assegnataria dell’assistenza e della manutenzione di un software gestionale da lui sviluppato, utilizzato nei sert di tutta Italia.

Maggio, 25. Formalmente indagato dalla procura di Vicenza Michele Marchese. L’ex capo della Mobile, in aspettativa da 15 mesi, è accusato di corruzione, procurato ingresso illegale di stranieri e falso. Investigatore brillante, si sarebbe fatto corrompere: cocaina in cambio di dichiarazioni false, servite a far entrare in Italia albanesi da inserire in affari poco legali. Non erano legali nemmeno gli affari del sindaco di Abano, Luca Claudio. Il signore delle terme, già citato, è in carcere dal 23 giugno, ai domiciliari il pugno di presunti sodali. Avrebbero preteso il 15 per cento su ogni appalto del Comune negli ultimi cinque anni.

Quattro anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici. E’ la sentenza contro il maresciallo Franco Cappadona, per 25 anni capo della polizia giudiziaria della procura di Padova. Ora sospeso, era imputato di tentata concussione. Per il giudice nel 2009 ha offerto all’allora direttore dell’Arpav, Andrea Drago, 300 mila euro per scegliere il Net Center, grattacielo di proprietà del padovano Mauro Bertani, come sede per l’Agenzia ambientale. Drago ha rifiutato la tangente. A Bertani 2 anni e sei mesi di reclusione. E’ il 4 luglio. E siamo a lunedì scorso. Inchiesta Labirinto, presunto giro di mazzette, appalti pilotati e nomine di comodo che ha il centro di gravità nel faccendiere calabrese Raffaele Pizza. Nel calderone di illegalità cucinato dalla «cricca degli appalti» c’è anche un imprenditore veronese. Scatta l’arresto a domicilio per Giuseppe Dal Cortivo, presidente e amministratore di Cad it, multinazionale del software e dei servizi informatici. Dal Cortivo è accusato di evasione fiscale. Avrebbe indicato passività per 194 mila euro nei bilanci di Cad it. Il denaro, formalmente consulenze a uno dei componenti della cricca di Pizza, sarebbe servito a pagare tangenti per ottenere appalti da Poste Italiane. Treviso, orologi preziosi per addolcire una verifica fiscale. E’ l’accusa che porta ai domiciliari il capitano della Finanza Stefano Arrighi, ex comandante a Conegliano ed Este, e il luogotenente Biagio Freni. E’ l’8 luglio, due giorni fa. Può bastare?

Renato Piva – Il Corriere del Veneto – 10 luglio 2016

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