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Corte di giustizia. Fondi europei, respinto il ricorso dell’Italia: deve restituire 70 milioni all’Ue per carenze nei controlli. Anche nel campo del benessere animale

L’Italia dovrà restituire 70 milioni di euro di fondi europei relativi a periodi tra il 2004 e il 2009. La Corte di giustizia europea si è espressa: l’Italia dovrà restituire 70 milioni di euro all’Europa, a causa di gravi carenze nei controlli, anche quelli sul benessere animale. Pagamenti diretti, trasformazione degli agrumi in Calabria e pagamenti in Basilicata sono le tre questioni. La sentenza

“Con decisione del 26 febbraio 2013 – si legge nella sentenza – la Commissione ha applicato delle rettifiche finanziarie forfettarie (non aventi natura sanzionatoria), al fine di eliminare dal finanziamento dell’Ue alcune spese sostenute irregolarmente dall’Italia e poste a carico del Feaga (Fondo europeo agricolo di garanzia) e del Feasr (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale), i quali, dal 2007, hanno sostituito il Feoga (Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia)”.

Andando ai numeri, si tratta innanzitutto di 48 milioni di euro esclusi dal finanziamento Ue a causa delle carenze riscontrate nei controlli del sistema di condizionalità in Italia durante gli anni 2005-2007. Nell’ambito dei controlli in materia di condizionalità, la Commissione ha riscontrato una “applicazione erronea di correzioni per agricoltori senza animali” e “controlli inadeguati” di vari CGO (Criteri di Gestione Obbligatoria): sanità pubblica, salute delle piante e degli animali, ambiente e benessere degli animali. Le carenze hanno riguardato sia i controlli che le  sanzioni. In materia di quote latte, le rettifiche finanziarie sono legate al recupero del prelievo sul latte, mentre nell’ambito dello sviluppo rurale i fondi europei sono stati negati per “mancanza di controlli incrociati con la banca dati degli animali”, e “ritardi nei controlli in loco”.

Peraltro, le relazioni di controllo redatte dai servizi veterinari non sarebbero state trasmesse agli organismi pagatori. Tali carenze costituiscono, secondo la Commissione, una violazione dell’articolo 9 del regolamento n. 796/2004, che prevede che gli Stati membri attuino un sistema di controllo efficace del rispetto della condizionalità.

I controlli relativi ai Criteri di gestione obbligatoria in materia di benessere degli animali riguardano:

-i criteri relativi all’identificazione e alla registrazione degli animali

-i criteri relativi alla salute degli animali, per quanto concerne il divieto d’utilizzazione di talune sostanze ad azione ormonica, tireostatica e delle sostanze ?-agoniste nelle produzioni animali

-la prevenzione, il controllo e l’eradicazione di alcune encefalopatie spongiformi trasmissibili

-i criteri relativi alla notifica delle malattie, in particolare per quanto concerne l’afta epizootica, alcune malattie degli animali nonché misure specifiche per la malattia vescicolare dei suini  e la febbre catarrale degli ovini

-i criteri relativi alla salute degli animali, in particolare per quanto concerne la protezione dei vitelli, dei suini e degli animali negli allevamenti

A questi si aggiungono 17,9 milioni esclusi dal finanziamento a causa di gravi carenze nel sistema degli aiuti per la trasformazione degli agrumi tra il 2004 e il 2007. Nel quadro di un’indagine da parte dell’Ufficio europeo per la lotto antifrode, è infatti emerso un meccanismo generalizzato di frode nel settore della trasformazione degli agrumi nella Regione Calabria, oggetto anche di indagini penali da parte dell’Autorità giudiziaria italiana.

Infine 6,3 milioni sono relativi a carenze riscontrate nei parametri di riconoscimento dell’organismo pagatore della Regione Basilicata (Arbea) per gli anni dal 2007 al 2009. Secondo la Commissione, Arbea presentava gravi carenze nella struttura organizzativa e nell’attività di controllo, senza offrire così garanzie di affidabilità circa i pagamenti effettuati.

La Repubblica italiana ha chiesto al Tribunale di annullare la decisione della Commissione, mentre la Commissione stessa ha chiesto di respingere il ricorso. Con la sentenza il Tribunale ha respinto il ricorso dell’Italia, stabilendo che la Commissione, con la decisione impugnata, non è venuta meno al proprio obbligo di motivazione e non ha violato né le regole della Politica agricola comune né i principi generali del diritto dell’Unione.

Nella nota si legge poi come “il Tribunale ha ribadito il principio, già più volte espresso dalla giurisprudenza dell’Unione, per cui alla Commissione non incombe l’onere di provare puntualmente e specificatamente l’insufficienza dei controlli effettuati dalle amministrazioni nazionali o l’irregolarità dei singoli dati da loro trasmessi, essendo sufficiente che la Commissione offra elementi tali da far sorgere dubbi seri e ragionevoli in merito al sistema nazionale di controlli e verifiche”.

“Questo “alleggerimento” dell’onere della prova a carico della Commissione – continua la sentenza – si spiega con quello che i giuristi nazionali definiscono “criterio di vicinanza (o disponibilità) della prova” e cioè, nella specie, con il fatto che nessuno meglio dello Stato membro è in condizione di raccogliere e verificare i dati necessari alla liquidazione dei conti del Feaga. E’ quindi lo Stato membro a dover fornire la prova più circostanziata, puntuale ed esauriente circa l’effettività dei propri controlli e, se del caso, l’inesattezza delle affermazioni della Commissione”.

Per quanto riguarda la questione agrumi, la Commissione ha utilizzato i dati investigativi dell’Olaf e dell’autorità giudiziaria italiana per constatare un quadro generale di irregolarità sistematiche nei controlli degli aiuti alla trasformazione degli agrumi in Calabria: questo quadro generale ha consentito di stabilire in via probabilistica il livello di rischio di perdita da parte dei fondi europei interessati.

A sua volta, tale valutazione di rischio ha consentito di pervenire alle rettifiche forfettarie impugnate, per le quali, comunque, la Commissione ha tenuto in debita considerazione le somme già rimborsate all’Ue da parte dell’Italia in relazione ai singoli episodi di frode emersi nelle varie inchieste. Pertanto, la Commissione non ha violato il principio del “ne bis in idem”.

Analoga valutazione “di rischio” è stata compiuta dalla Commissione per quanto riguarda la determinazione forfettaria delle rettifiche relative ai problemi sorti in Basilicata.

Tratto da AgroNotizie – 19 novembre 2015 

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