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Costi standard e non tagli alle prescrizioni per curare la sanità. Entrare nel merito della quantità e qualità di analisi ed esami diagnostici è una mossa imprudente

di Sergio Luciano. Con la pelle della gente non si scherza. E Matteo Renzi, che sta dimostrando coraggio nel contrastare alcune lobby (per ora, e non tutte) ma è molto attento al «saldo» elettorale e consensualista delle sue iniziative di governo, deve essersi distratto nel caso degli annunciati tagli alla Sanità.

Entrare nel merito della quantità e qualità delle prescrizioni di analisi ed esami diagnostici che i medici di base prescrivono ai loro pazienti per indurli a ridurli in modo da tagliare i relativi costi è una mossa due volte imprudente: innanzitutto per la salute dei cittadini e poi per la salute del governo.

Affermare che, in genere, i medici hanno la «prescrizione facile» a causa di quella cosiddetta «medicina difensiva» che li indurrebbe a concedere esami anche considerandoli inutili pur di non rischiare qualche rappresaglia legale da parte dei pazienti infuriati è forse anche in parte vero (e peraltro giustificabile) ma dirlo dal pulpito del governo significa banalizzare; lo si può affermare chiacchierando al bar con gli amici ma non si può farne la premessa di un provvedimento legislativo.

Anche perché proprio sulla sanità il governo Renzi non è senza peccato. Concentrato com’è sulle riforme istituzionali, che considera prioritarie a tutto, per poter avere la decisionalità cui aspira, il premier ha trascurato di porre al primo posto tra esse la riforma del titolo V della Costituzione che dà oggi alle regioni un inammissibile arbitrio di spesa pubblica, tanto da rendere possibili assurdi come prezzi d’acquisto degli stessi materiali di consumo sanitario, classico l’esempio delle siringhe, a prezzi quadrupli in certe regioni rispetto ad altre.

È chiaramente questo il primo livello di risparmio da conseguire in sanità. Se tutte le regioni italiane pagassero gli acquisti di materiale sanitario, dalle famose siringhe ai pasti all’ovatta, ai prezzi spuntati dalle tre regioni più virtuose, l’erario risparmierebbe 20 miliardi di euro sui circa 110 del totale nazionale, quasi il 20%!

E perché non lo si fa, che ragione c’è? L’unica ragione è la resistenza delle regioni dissipatrici, barricate dietro una norma obbrobriosa, come appunto quella scritta all’ombra del titolo V, che definisce i «costi standard» non come quelli ottimali ma come quelli medi del sistema. Includendo così nella media anche i pessimi!

È un tale assurdo che Renzi, prudente com’è a non pestare calli veramente sensibili per milioni di cittadini, non mancherà di accorgersene e di aggiustare il tiro: almeno, se non lo facesse sarebbe un primo clamoroso errore politico, ma di quelli che segnano.

ItaliaOggi – 25 settembre 2015 

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