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Costi standard: finalmente una delibera di Cantone risolve il dilemma del prezzo della siringa. Ma la corruzione nel settore rimane molto alta

di Tino Oldani, ItaliaOggi. Sanità e costi standard: ancora una volta, la montagna ha partorito un topolino. Da sei anni si discute in Italia sulla assoluta necessità e urgenza di introdurre, nella spesa sanitaria di ogni regione, l’obbligo di rispettare un costo massimo (standard) per l’acquisto di apparecchiature, farmaci e materiali vari, con l’obiettivo di ridurre la spesa sanitaria nazionale, senza abbassare la qualità dei servizi.

Il primo a lanciare l’idea è stato, nel 2010, l’allora ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, che fece l’esempio classico della siringa: quella da 5 ml costava 5 centesimi in Sicilia, ma solo 3 in Toscana. Con i costi standard e con il federalismo fiscale, assicurò Tremonti, i prezzi si sarebbero allineati, risparmiando miliardi. Ma a causa delle resistenze delle Regioni del Sud, e di non pochi parlamentari, non se ne fece nulla, né allora, né dopo.Ora, dopo tante chiacchiere, il primo atto concreto è venuto non dal governo, bensì da Raffaele Cantone, commissario anticorruzione, che un paio di mesi fa (2 marzo), nell’indifferenza generale, ha emanato la delibera n. 212 che – udite, udite – pone fine una volta per tutte al dilemma della siringa: d’ora in poi, quella da 5 ml, monouso, a tre pezzi e senza ago, dovrebbe costare in tutte le Regioni 2,73 centesimi, al netto di Iva. Con ago montato, il prezzo può salire a 3,07 centesimi, netto di Iva. Costi basati su un campione di 283 amministrazioni, da considerare come prezzi massimi: le Regioni e le Asl virtuose, precisa la direttiva Anac, sono libere di fare ancora meglio, spendendo addirittura meno.

Purtroppo, osserva sul sito lavoce.info l’economista Gilberto Turati, docente di Scienza delle Finanze a Torino, la circolare di Cantone non riguarda tutte le voci della spesa sanitaria. Per ora, si concentra solo su siringhe, ovatta di cotone e cerotti, che costano pochi centesimi. «Difficile dire quanto pesino sulla spesa», scrive Turati, «nell’ambito dell’attività di spending review, la stima per l’intera categoria dei dispostivi medici superava qualche anno fa i 5 miliardi di euro, il 4,5% della spesa sanitaria». Briciole, insomma. Il che non dipende dalla scarsa efficienza di Cantone, ma dalla giungla dei prezzi degli articoli sanitari. Già in passato l’Anac (Autorità anticorruzione) aveva provato a fissare dei prezzi standard per la sanità, ma alcune sentenze del Tar hanno annullato le sue delibere per le ragioni più disparate, a volte pretestuose. Per questo Cantone si è concentrato su pochi acquisti, per ricavarne un prezzo standard inattaccabile: nella sua circolare, oltre alle siringhe, sono censiti ben undici cerotti differenti, e tre specie di ovatta, con relative caratteristiche. Una performance che, per contrasto, la dice lunga sulla degenerazione burocratica del settore.

La questione, inutile girarci intorno, investe il problema della corruzione prima che quello economico. Tanto che Cantone, un mese fa, non si è trattenuto: «La sanità è un terreno per le scorribande di delinquenti di ogni tipo». Secondo i suoi calcoli, tra corruzione (stimata pari a 6 miliardi l’anno), sprechi (un miliardo) e inefficienze varie (prezzi a ruota libera in testa), la sanità deve sopportare ogni anno un costo indebito di 23,6 miliardi. Con danni evidenti ai contribuenti e ai pazienti, ma anche alle Regioni virtuose. Prendiamo la Lombardia, per esempio. Il governatore Roberto Maroni (Lega Nord) calcola che la mancanza di costi standard produca al bilancio della sua regione un danno di oltre dieci miliardi l’anno, soldi che potrebbero essere usati per sostenere le attività produttive. Come si arrivi a questo, è presto detto.

Le Regioni virtuose come la Lombardia riescono a spendere per la sanità meno di quanto ricevono ogni anno come trasferimento statale: la differenza costituisce il cosiddetto «residuo fiscale», che viene restituito allo Stato, il quale lo impiega per tappare i buchi di bilancio delle Regioni poco virtuose, quelle che producono debiti sanitari a go-go. Per questo, da anni, le Regioni virtuose si battono per l’introduzione dei costi standard, e nello stesso tempo contro i tagli lineari che ogni anno arrivano con la legge di Stabilità. Tagli che vanno a incidere sulla spesa sanitaria regionale, calcolata in base ai costi storici, così che al danno si aggiunge la beffa: nelle Regioni meno virtuose, infatti, il costo storico delle prestazioni sanitarie viene calcolato moltiplicando quello delle Regioni più virtuose, in certi casi fino a dieci volte. Di conseguenza, i tagli lineari finiscono per sottrarre risorse alla sanità delle Regioni più grandi e meno indebitate (tra queste, Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana), e premiare quelle peggio amministrate del Centro-Sud, le più corrotte.

«Renzi aveva promesso l’introduzione dei costi standard con la legge di stabilità 2016, ma poi non lo ha fatto, tradendo la parola data ad alcuni presidenti di Regione, me compreso», si è lamentato Maroni. La circolare di Cantone, per quanto apprezzabile, inciderà su meno del 5% della spesa sanitaria nazionale, e non gli basta. Da qui la ripicca leghista: un referendum popolare che riconosca alla Lombardia la stessa autonomia del Trentino Alto Adige. Ma questa, è un’altra storia.

ItaliaOggi – 12 maggio 2016 

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