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Covid, colpite 400 scuole (75 chiuse). Serve 1 milione di tamponi al mese. Nel 76% dei casi i positivi sono studenti, docenti nel 13% e poi il personale

Il Sole 24 Ore. Influenza o Covid? Per provare a rispondere alla domanda che attanaglierà sempre più famiglie alle prese con figli con febbre, tosse, mal di gola e congestione nasale serviranno almeno un milione di tamponi al mese. Questa la stima dei pediatri per garantire il rientro in sicurezza a scuola degli studenti quando a ottobre o novembre si entrerà in piena stagione influenzale e distinguere il Covid dall’influenza non sarà affatto facile visto che i sintomi sono molto simili. Il Covid del resto è già in cima ai pensieri di molti genitori visto che si moltiplicano i casi nelle scuole: finora sono 417 quelle che avrebbero avuto almeno un caso di Covid e con classi in quarantena, 45 i focolai registrati e 75 gli istituti chiusi anche solo per qualche giorno. La mappa delle scuole “colpite” , in tutto in Italia ce ne sono 8mila per 30mila plessi, è contenuta in un database messo a punto da un giovane ricercatore e uno studente universitario -Vittorio Nicoletta e Lorenzo Ruffino – che hanno raccolto dalla riapertura della scuola notizie e ordinanze dei sindaci. Da questa mappa emerge che i casi positivi nel 76% dei casi sono studenti, nel 13% docenti, il resto è l’altro personale. In cima per scuole colpite ci sono la Lombardia ( 84), l’Emilia Romagna (60), la Toscana (50) e il Lazio (38).

I numeri ancora non sono grandi, ma tutto lascia presagire che siamo solo all’inizio. Anche perché con le sindromi influenzali che incombono la paura del Covid crescerà a ogni colpo di tosse o linea di febbre in classe. «Sarà difficile capire quale tipo di infezione ha causato questi sintomi: l’influenza o il Covid. Per questo sarà necessario il tampone», avverte Paolo Biasci, presidente Fimp, Federazione Italiana Medici Pediatri. Che fa una stima possibile del fabbisogno di tamponi necessario già dall’autunno: «Già oggi stiamo prescrivendo diversi tamponi, ma quando cresceranno i casi di bambini o ragazzi con uno o più sintomi credo che saranno necessari come minimo 5 tamponi al giorno per ogni pediatra. E si tratta di una stima prudente», aggiunge Biasci. Se si conta che in Italia ci sono circa 7500 pediatri di libera scelta che in media assistono 800 bambini ognuno ecco che il fabbisogno mensile (22 giorni lavorativi) sale per ogni dottore a 110 tamponi e quindi complessivamente servono quasi 1 milione di tamponi al mese per tutta Italia. Test necessari questi per il rientro sicuro a scuola dei casi sospetti visto che secondo il pediatra «il certificato medico per il rientro in classe chiesto dai presidi senza la prova del tampone è inutile e dannoso». Per Biasci «si tratta di un adempimento burocratico già cancellato in molte Regioni che potrebbe tornare a complicare il lavoro dei medici e la vita delle famiglie, ma che soprattutto non garantisce nulla». Il percorso da seguire «in 999 casi su mille» è uno solo: «La prima cosa da fare in caso di comparsa di sintomi influenzali è quella di rivolgersi al pediatra o al medico di base che effettua immediatamente un triage telefonico. Dopo la rilevazione dei sintomi, noi dobbiamo chiedere immediatamente alla Asl il tampone, l’unico test in grado di dare una diagnosi sicura. A dirlo non sono i pediatri ma il documento ufficiale dell’Istituto Superiore di Sanità ministero della Salute e dal Ministero dell’Istruzione ed allegato al Dpcm del 7 settembre».

Il nodo semmai non è tanto il certificato che può valere solo nei casi di assenza non legati ai sintomi dell’influenza (una otite, una lussazione, ecc.) ma quanto organizzativo: i servizi territoriali sono in grado di fare tutti questi tamponi? E con quali tempi? Qui Biasci non nasconde i suoi timori: «Da una breve indagine fatta in tutte le regioni dalla Fimp abbiamo rilevato che dal momento in cui il pediatra invia la richiesta del test diagnostico al momento in cui riceve il referto del test passano mediamente 4-5 giorni. E questo è un tempo di attesa inammissibile anche perché significa che ci potrebbe essere anche un rischio di contagio per i genitori in casa con il figlio in attesa del tampone». Per questo secondo Biasci è fondamentale velocizzare i tempi, «magari dando priorità proprio ai bambini».

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