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Covid, perché basterebbe vaccinare una persona su cinque per metterci tutti (o quasi) in sicurezza. Il virologo e responsabile del reparto di Malattie infettive dell’Amedeo di Savoia, Giovanni Di Perri: «Chi rischia di più va protetto»

I numeri sui vaccini

A spiegarcelo è il virologo e responsabile del Reparto di malattie infettive dell’Amedeo di Savoia, Giovanni Di Perri: «I primi a dover essere vaccinati dovrebbero essere le persone sopra i 65 anni. Sono loro che occupano i posti nelle terapie intensive e che poi sono fortemente a rischio morte». Di che numeri stiamo parlando? «Indicativamente di una persona su 5 – spiega Di Perri –. Già se venisse attuato questo piano entro l’estate, potremmo dire di poter garantire un forte abbattimento del numero dei morti che, in Italia, continua ad essere eccessivo». Ad oggi su un totale di 1.318.788 vaccini somministrati (poco più del 2,3% della popolazione italiana) le persone tra i 60 e i 69 anni che hanno ricevuto il siero anti-Covid sono state 277.530, poco più del 16%; percentuale che scende drammaticamente salendo con l’età: (56112 vaccinati tra i 70 e i 79 anni, 79.029 gli ultraottantenni). «Numeri ancora troppo bassi per consentirci di liberare le terapie intensive – spiega Di Perri –e di svuotare gli ospedali». Poi aggiunge: «Questo non significa che non bisogna vaccinare i quarantenni o i cinquantenni, ma che possono passare in secondo piano. Il motivo è semplice: chi rischia di ammalarsi in maniera grave e di perdere la vita sono, appunto, le persone che hanno più di 65 anni. Gli altri, salvo rarissimi casi, possono prendere il Covid e in molti casi non se ne accorgono neppure. Non a caso sono tantissimi, tra i contagiati, quelli ad essere asintomatici».

Un altro aspetto del quale si parla molto, in particolare in questi giorni a causa del rallentamento della produzione Pfizer (che, però, proprio oggi ha comunicato di aver ripreso la linea di produzione in maniera rapida) è la questione del richiamo. Un ritardo tra la prima vaccinazione e l’ultima è grave? «No, non cambia niente. Perché la prima somministrazione educa il nostro sistema immunitario producendo cellule memoria che, a loro volta, produrranno anticorpi. Queste cellule memoria si rinnoveranno nel corso di tutta la nostra vita. Con la seconda iniezione viene dato semplicemente uno stimolo, un richiamo, il cosiddetto “booster” per amplificare l’effetto protettivo. Ma un ritardo dopo i 21 giorni non è grave».

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