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Canile Cremona.Non luogo procedere per veterinario: motivazioni giudice

Il Gup di Cremona ha rinviato a giudizio 5 dei 6 imputati nell’inchiesta sulle presunte uccisioni di animali al canile. Depositate le motivazioni del non luogo a procedere per il veterinario Aldo Vezzoni.

Il giudice per l’udienza preliminare di Cremona Letizia Platè, su richiesta del pm Fabio Saponara, all’inizio di luglio, ha rinviato a giudizio cinque dei sei imputati dell’inchiesta sulle presunte uccisioni di animali al canile cittadino. Non luogo a procedere per il veterinario Aldo Vezzoni. Ora sono state depositate le motivazioni della decisione.

Il medico veterinario era indagato per supposta violazione dell’art. 323 del Codice Penale, ovvero abuso d’ufficio. Un reato che spesso incorre nei procedimenti penali aperti nei confronti dei funzionari della pubblica amministrazione. Un reato, però, ravvisabile solo nel caso di condotte dolose. Occorre, cioè, consapevolezza e vantaggio personale. Non solo errore, come nelle condotte colpose.

Secondo il GUP Letizia Platè non sarebbero però stati ravvisati margini di incertezza sulla reale sussistenza dell’incarico che il Veterinario avrebbe ricoperto nel canile gestito da una associazione locale. Il Medico Veterinario avrebbe dovuto essere responsabile dei farmaci. I dubbi che sarebbero apparsi nella relazione istruttoria, hanno però messo in forse la tesi accusatoria, fino a determinare la decisione del GUP. Non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato.

Non è, inoltre, stato appurato il vantaggio patrimoniale. Niente illecito guadagno, cioè, derivato dalla prescrizione dei farmaci per le scorte del canile.

In particolare la tesi accusatoria si basa sul fatto che la soppressione dei cani potesse essere finalizzata al procacciamento di nuovi fondi pubblici. Secondo il GUP non si paleserebbe un collegamento, finalizzato al vantaggio patrimoniale, tra la prescrizione dei farmaci operata dal Veterinario ed i fondi derivati. Anzi lo stesso Medico Veterinario non sarebbe stato al corrente, stante le rilevanze del GUP, alle dinamiche gestionali della struttura. Non aveva, inoltre, alcun ruolo pertinente. L’uscita di scena del Veterinario, non fa però venir meno il castello accusatorio nei confronti degli altri cinque indagati.

Vanno a processo l’ex presidente della passata gestione dell’Associazione Zoofili cremonesi Maurizio Guerrini e la vice Cheti Nin, le due volontarie Laura Grazia Gaiardi ed Elena Caccialanza e la veterinaria dell’Asl Michela Butturini. A quest’ultima è contestato il solo reato di abuso d’ufficio. Per la procura la Butturini, “violando le norme di legge relative a compiti di controllo”, avrebbe omesso di “segnalare le gravi irregolarità riscontrate”. “Siamo pronti a dimostrare l’assoluta innocenza ed estraneità ai fatti della mia assistita”, ha commentato l’avvocato Alessandro Nolli, legale della Butturini. Un processo che la veterinaria reputa un “paradosso”, per aver “speso tutta la sua vita a salvare gli animali”. “Dal 2006”, ha continuato Nolli, “ha sempre segnalato sia all’Asl che alle autorità comunali il sovraffollamento del canile e per scongiurare un pericolo di sbranamenti si è portata a casa quei cani che non riuscivano ad accettare l’idea della segregazione nel canile”.

Anche Vezzoni era accusato di abuso di ufficio: “in qualità di veterinario responsabile sanitario della struttura con lo specifico dovere di controllare le scorte degli medicinali”, dal 2005 al 2009 avrebbe prescritto “in quantità rilevanti” Tanax e Pentothal senza accertarne il legittimo utilizzo e le modalità di custodia”. “Era evidente fin dall’inizio che il mio cliente non c’entrasse nulla – ha detto il difensore di Vezzoni, l’avvocato Cesare Gualazzini -. Vezzoni non ha mai avuto alcun ruolo nell’ambito del canile e non poteva rispondere di abuso di ufficio, reato che presuppone la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio”.

Maurizio Guerrini e Cheti Nin sono anche accusati di malversazione ai danni dello Stato e di appropriazione indebita aggravata: non avrebbero destinato, in parte, i contributi pubblici ricevuti ogni anno dal Comune per la gestione del canile. Inoltre, abusando della relazione di prestazione d’opera, si sarebbero appropriati delle offerte ricevute dai privati. Nel 2006 “non trovano giustificazione prelievi in contanti per 10.035,70 euro, e vi è una differenza di 49.290,01 euro tra l’importo indicato nel consuntivo dell’associazione per lavori di manutenzione e quanto effettivamente erogato per tali lavori”.

Parte civile nel procedimento le principali associazioni animaliste e la titolare di un’azienda cremonese che in occasione del Natale faceva una colletta tra i 40 dipendenti per donare il ricavato al rifugio di via Casello.

La prima udienza è stata fissata al prossimo 18 dicembre davanti al collegio.

Per l’accusa, dal 2005 al 3 marzo del 2009 sarebbero stati uccisi circa 300 animali all’anno con il farmaco eutanasico Tanax o con il Pentothal Sodium. Nelle celle frigorifere del canile i carabinieri del Nas avevano sequestrato 32 carcasse di cani e gatti sulle quali il veterinario Rosario Fico, della sezione di Grosseto dell’Istituto Zooprofilattico, aveva effettuato l’autopsia. 12 cani su 25, secondo i risultati della perizia, erano stati uccisi con il Pentothal Sodium “senza che vi fosse necessità”. Lo stesso medicinale, usato nell’induzione dell’anestesia generale, era stato somministrato, sempre senza motivo, anche su 2 dei 7 gatti che il perito aveva esaminato. I 12 cani e i 2 gatti uccisi, in sostanza, non erano affetti da patologie tali da giustificare la loro soppressione.

Alcuni animali soppressi con il Pentothal”, è scritto nella perizia, “presentano lesioni e traumi sottocutanei localizzati alle estremità di tutti e quattro gli arti, compatibili con il tentativo di legarli nel forzato contenimento fisico, pare con l’uso di corde o cappi appena prima dell’iniezione letale”. “L’immobilizzazione fisica”, scrive Fico, “è stata violenta, tanto da causare ecchimosi, ematomi ed emorragie in gran parte della superficie degli animali appena prima della loro morte”. Un cane, addirittura, è morto in seguito alla “conseguenza di un tentativo di contenimento fisico effettuato con violenza”. “In questo caso”, secondo l’esperto, “probabilmente l’animale è morto per lo choc prima che gli venisse praticata l’iniezione letale”. 5 cani, invece, sono morti “in conseguenza dello choc determinato da profonde ferite inferte da altri cani”. Tra questi, anche un cucciolo morto sbranato.

 La Provincia di Cremona e Geapress – 31 luglio 2012

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