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Croazia nella Ue: disoccupazione alle stelle, deficit/Pil fuori dai vincoli

È partito il conto alla rovescia. Dal 1° luglio la Croazia sarà il 28° Paese a far parte dell’Unione europea. Dopodiché inizierà il processo di valutazione per l’adozione dell’euro che richiede almeno due anni dopo l’ingresso nell’Ue.

La Croazia compie questo passo in un momento storico in cui tanto l’Unione europea quanto i Paesi dell’Eurozona non vivono storicamente un momento entusiasmante. L’Unione europea ha palesato diverse ruggini. Ultima quella che ha portato l’Inghilterra e la Repubblica Ceca a non firmare il Fiscal compact (accordo approvato il 2 marzo 2012 da 25 Stati sulle regole da seguire per il principio del pareggio di bilancio). E non se la passa bene nemmeno l’area euro che probabilmente vive, in 13 anni di vita, il momento peggiore della sua storia. Lo dimostra la nascita dei movimenti anti-euro in tutta Europa, dall’ Alternativa per la Germania (Afd) guidato dal professore di economia Bernd Lucke all’ Ukip di Nigel Farage . In questa scia domani a Parigi un gruppo di economisti presenterà un “manifesto per la solidarietà europea” nel cui programma è contemplata la graduale uscita dei Paesi dall’euro, a partire dalla Germania. Un percorso giudicato inevitabile dagli economisti che presenteranno il manifesto, per andare a compensare gli squilibri creati negli ultimi anni dalla rigidità del cambio, a partire dal forte surplus commerciale dei Paesi del Nord Europa a cui corrisponde in modo speculare il deficit dei Paesi della periferia che hanno debiti netti nei confronti del Nord per 700 miliardi di euro (come si evince dai saldi Target 2). I contrasti in seno all’euro riguardano anche le divisioni sull’applicazione dello scudo anti-spread varato dal governatore della Bce, Mario Draghi, lo scorso luglio, sulla cui legittimità si esprimerà nelle prossime ore la Corte Costituzionale tedesca. Intanto la Banca centrale europea indica che entro fine anno arriverà la ripresa economica. Staremo a vedere ma intanto vediamo come è messa la Croazia, dal punto di vista dei fondamentali, quando si appresta a compiere il passo verso Bruxelles. Per cercare di capire se si tratta di un passo più lungo della gamba e, in ogni caso, se è una scelta strategicamente valida ( Croazia ai raggi x ). Il debito della Croazia ammonta a 48 miliardi di euro, il 56,3% del Pil. Una soglia che rientra nei vincoli del Fiscal compact. Ma il deficit/Pil è fuori dai paletti europei che prevedono che non si sfori il 3% e si è attesta a -4,6%. La Croazia finanzia il debito con tassi di interessi decennali del 4,9%, circa 70 punti base in più rispetto all’Italia e 40 rispetto alla Spagna. L’inflazione è al 3,3% (superiore all’1,4% europeo) ma il dato che al momento preoccupa di più è quello sulla disoccupazione che si attesta al 20,9%. In Europa solo Spagna (27%) e Grecia (26,8%) sono messe peggio, ma in ogni caso il problema di occupazione a Dubrovnik e dintorni resta serio se si considera che in Afghanistan il tasso di disoccupazione è al 15%, in Albania il 12,8%, in Botswana il 17,8%. Nel mondo sono messi peggio della Croazia solo alcuni Paesi africani, come Congo (50%), Kenya (40%), Burundi (35%) e i vicini Kosovo (35,1%), Bosnia-Erzegovina (46,8%). Alla luce di questi dati, come si può giudicare l’ingresso della Croazia nell’Ue? «Tale evento può essere letto sotto due aspetti: quello monetario legato ad una eventuale adozione della moneta unica e quello politico – spiega Francesco Leghissa dell’Ufficio studi di Copernico Sim -. L’aspetto monetario è probabilmente quello più complesso e con l’esito più incerto. La Croazia attualmente sta attraversando una crisi piuttosto pesante, con alta disoccupazione e debito estero imponente. Inoltre è zavorrata da una corruzione endemica, che purtroppo caratterizza molto aree dell’ex blocco sovietico e non solo. Su queste basi e con gli attuali fondamentali economici, l’introduzione dell’euro in tempi rapidi è alquanto improbabile e anche le stime che vedono la Croazia con la moneta unica entro il 2020 potrebbero essere eccessivamente ottimistiche. Consideriamo poi che al momento attuale mantenere una politica monetaria propria potrebbe essere un vantaggio per un piccolo Paese che sta cercando di sviluppare un’offerta turistica indirizzata ai suoi partner europei. La kuna potrebbe ancora essere un vantaggio a cui la Croazia difficilmente sarebbe disposta a rinunciare, soprattutto con le attuali prospettive sull’euro e la rigidità delle politiche imposte agli Stati membri. L’euro quindi può aspettare ma non l’Europa». Secondo Edoardo Chiozzi Millelire, responsabile per l’Italia Convictions am l’ingresso di Dubrovnik nell’Ue è «probabilmente la scelta giusta, per due ragioni. Innazitutto perché la Croazia è nata dalle ceneri dell’ex Jugoslavia dopo una guerra “civile” devastante e il solo fatto di consolidare la propria esistenza in quanto stato indipendente e di garantire una pace duratura grazie al rafforzamento del legame all’Europa tramite l’euro, vale più di qualsiasi rischio di crisi o austerità. La seconda ragione è che un piccolo con un forte potenziale turistico come la Croazia ha probabilmente molto da guadagnare nell’avere un accesso privilegiato in una vasta zona monetaria come la zona euro». A parere di Leghissa «l’ingresso graduale dei Paesi balcanici può aiutare a stabilizzare un’area particolarmente problematica dalla caduta del blocco comunista, che continua a creare instabilità geopolitica. La Croazia nel chiedere e l’Europa nell’accettare l’ingresso della piccola repubblica hanno fatto un ulteriore passo avanti nel tentativo di integrare l’area balcanica con il resto dell’Europa, progetto che, se ben gestito, potrà portare vantaggi ad entrambi, soprattutto dal punto di vista sociale e politico ma in futuro anche economico. I Paesi della ex-Jugoslavia hanno profonde ferite che devono ancora rimarginarsi e l’Unione europea potrebbe essere un’ottima cura. Per una volta pensiamo alla Ue come entità politica aggregante e dimentichiamoci dell’aspetto monetario, in quanto quest’ultimo senza l’integrazione necessaria rischia di essere addirittura dannoso come la storia recente ci ha insegnato».

Il Sole 24 Ore – 15 giugno 2013

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