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Cuba ammette: allarme colera. Rivelati 163 casi. Ma per il dissenso sono molti di più

Fino a ieri era «propaganda statunitense». La parola era addirittura bandita dai media ufficiali. Poco importa che i muri dell’isola fossero tappezzati di inviti a lavarsi le mani per evitare l’epidemia. E che, la settimana scorsa, la sezione di interessi di Washington all’Avana avesse emanato un avvertimento ai propri cittadini esortandoli ad utilizzare una certa cautela.

Il colera – a lungo negato – era stato sconfitto mesi fa. Il bacillo era scomparso nel corso dell’inverno, inghiottito dalla marea di roboanti proclami governativi. Certo, giornalisti e blogger indipendenti avevano continuato a denunciare l’espandersi del contagio ben oltre le province orientali. Le loro accuse venivano, però, prontamente smentite. E gli accusatori messi a tacere. In modo energico. Come il reporter Calixto Ramón Martínez, rimasto sette mesi in carcere dopo aver rivelato per primo l’emergenza colera. Poco dopo lo stesso regime di Raúl Castro ne aveva ammesso l’esistenza per poi decretarne la fine. Silenziata a livello ufficiale, però, l’epidemia è proseguita. Penetrando nelle province dell’Avana, Santiago di Cuba, Camagüey. Non lo dicono più solo gli oppositori. Ora l’ufficio locale dell’Organizzazione panamericana di salute e dell’Organizzazione mondiale della sanità ha certificato la presenza di 163 casi nel mese di agosto. Tra questi figurano anche 12 turisti stranieri, di cui tre italiani. A provocare il nuovo focolaio di epidemia nella capitale sono stati – si legge nel comunicato – alcuni alimenti contaminati provenienti da due centri di imballaggio. Non sono state spiegate, invece, le cause del contagio nelle altre zone. «Se ne hanno ammesso 163 vuol dire che i malati sono molti di più», tuona l’opposizione sulle reti sociali. In effetti, all’inizio di agosto, il reporter indipendente José Ramón Borges aveva denunciato vari casi nella zona di Cabaiguán e almeno due morti. Negli stessi giorni, il collega Alejandro Tur Vallaredes rivelò un altro decesso a Cienfuegos. Il tutto smentito dalle autorità. Le notizie più choccanti, però, erano arrivate dal carcere provinciale Granma dell’Avana. Là il colera avrebbe infettato – secondo il blogger indipendente Roberto de Jesús Guerra Pérez – una trentina di detenuti. Tre di loro – tra cui il cantante Ángel Yunier Remón Arzuaga – sarebbero stati stroncati dalla malattia. Morti invisibili. Come molti altri, rivelano i media anti-regime, sepolti in segreto in bare sigillate dopo che il carro funebre viene disinfettato con il cloro. Per il governo, il colera ha ucciso solo tre persone, nell’ultimo trimestre del 2012. Nello stesso periodo ci sarebbero stati 417 contagiati, calati nei novanta giorni successivi a 51. L’epidemia non si accanisce solo su Cuba. Da quando è stato registrato il primo caso ad Haiti, il 16 ottobre 2010, la malattia è dilagata nell’intera regione caraibica, uccidendo oltre 8.600 persone. Finora. E il contagio, invece di diminuire, sembra accelerare. La Repubblica Domenicana ha denunciato 50 ricoveri per colera nell’ospedale di San Cristóbal, a 35 chilometri dalla capitale, nell’ultimo fine settimana. Che si aggiungono agli altri 107 casi scoperti tra il 17 luglio e il 17 agosto. In tutto, nel Paese sono stati segnalati quasi 31mila contagiati e 454 decessi. Ad Haiti – in cui il colera ha ucciso oltre 8.200 persone – nella settimana tra il 12 e il 18 agosto sono stati diagnosticati 135 nuovi infettati. Ad aumentare, inoltre, è la mortalità del vibrione, passato dallo 0,8 per cento dell’anno scorso all’attuale 2,5.

LUCIA CAPUZZI –  Avvenire – 31 agosto 2013 

 

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