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Cuneo fiscale. In busta paga sconto sui contributi, ma sale leggermente l’Irpef. Il taglio dell’aliquota del 2 e del 3% previsto in legge di Bilancio determina un aumento della base imponibile e delle ritenute fiscali

Il Sole 24 ore. Il disegno di legge di Bilancio 2023 conferma la decontribuzione per i lavoratori dipendenti già utilizzata quest’anno, ma con l’introduzione di due fasce di retribuzione di riferimento e lo sdoppiamento dell’aliquota applicabile. Il taglio del 2%, in continuità con quanto attualmente in vigore, continuerà a riferirsi a retribuzioni imponibili previdenziali mensili superiori a 1.923 e sino a 2.692 euro. Mentre per retribuzioni inferiori, vale a dire sino a 1.923 euro, la percentuale sale al 3 per cento. In entrambi i casi, la retribuzione di riferimento può essere maggiorata, a dicembre, dell’ammontare della tredicesima, oppure dei ratei se la mensilità supplementare è pagata ogni mese.

Moltiplicando i valori mensili per 13, si giunge a identificare dei valori annui pari a 25mila euro e 35mila euro. Tuttavia, non si deve perdere di vista quanto espressamente previsto dalla norma che individua – quale base di calcolo – la retribuzione imponibile previdenziale mensile. Dunque i due importi sopra citati non devono essere confusi con l’imponibile fiscale. Il controllo sulle fasce (2.692 e 1.923 euro) riguarda il singolo mese e non l’intero anno. L’Inps non ha mai offerto la possibilità di riferirsi a un parametro annuo con ciò, di fatto, negando la possibilità di recupero a conguaglio dei mesi in cui l’agevolazione non può essere applicata.

La facilitazione è entrata nelle buste paga dei lavoratori (inizialmente con riduzione dello 0,80%) con l’intento dichiarato di dare un taglio al cuneo fiscale, intendendosi per tale la differenza tra la retribuzione lorda corrisposta dall’azienda e quanto effettivamente intasca il lavoratore al netto dei contributi e delle imposte. La scelta originaria, consistente nell’aver individuato come parametro di calcolo la retribuzione imponibile previdenziale, di fatto rende la misura meno incisiva.

Infatti, la riduzione dei contributi fa venire meno una parte dell’onere deducibile (contributi obbligatori) che abbatte l’imponibile fiscale. Conseguentemente, la base di calcolo dell’Irpef aumenta e oscilla anche la detrazione fiscale.

Nelle tabelle a fianco vengono messi in evidenza alcuni aspetti che incidono sullo stipendio netto. L’esempio 1, riferito a un lavoratore con una retribuzione imponibile previdenziale pari a 2.335 euro, evidenzia che l’ammontare della decontribuzione al 2% è pari a 46,70 euro, ma che il netto della busta paga aumenta di un importo inferiore (30,31 euro).

Il secondo esempio è relativo a un dipendente con uno stipendio lordo mensile inferiore a 1.923 euro e, quindi, ammesso a beneficiare dell’aliquota di decontribuzione maggiorata al 3 per cento. Anche in questo caso, come si può rilevare dai calcoli, vi è uno scostamento tra il taglio dei contributi e il beneficio netto (55,71 euro a fronte di 36,15 euro). La differenza dello sconto sui contributi tra il taglio al 2% e quello al 3% è di 18,57 euro per il mese in esempio. In termini percentuali, nel primo esempio il 2% si riduce all’1,70%, mentre nell’altra esemplificazione il 3% diventa 2,43 per cento.

Probabilmente, se per il futuro si vorrà intervenire in maniera più efficace, si dovrà individuare una metodologia che permetta ai lavoratori di recuperare totalmente il taglio al cuneo fiscale che si vuole apportare. Peraltro, un diverso meccanismo, non basato sull’imponibile previdenziale, permetterebbe anche di superare alcune criticità, più volte evidenziate sulle pagine di questo quotidiano, legate all’oscillazione della retribuzione imponibile previdenziale per eventi come malattia e maternità.

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