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Da gennaio stangata su conti deposito e buoni postali: +50%

Stangata in arrivo dal 1° gennaio per il risparmio personale. L’imposta di bollo su conti deposito e buoni postali (cartacei e dematerializzati) aumenta del 50 %, passando dallo 0,10% allo 0,15%. Non è una novità, perché prevista dal decreto “salva Italia” di oltre un anno fa, ma è bene non dimenticarsi il peso che questo rincaro avrà sui rendimenti dei conti deposito.

Tra l’altro, nel 2013 verrà abolito il tetto massimo di 1.200 euro, mentre resta invece fisso l’importo minimo da pagare (pari a 34,2 euro). Sono esenti i buoni postali fruttuferi con rimborso inferiore a 5mila euro e i fondi pensione. Arriva anche la Tobin Tax Dal 1° marzo, poi, arriva la Tobin Tax, completamente ridisegnata rispetto alla prima formulazione dal maxiemendamento governativo alla legge di stabilità. Nella nuova versione, la “Tobin” entra in vigore a rate: il 1° marzo sugli scambi azionari, il 1° luglio sui derivati. L’aliquota per i mercati regolamentati sarà dello 0,12% (ma 0,1% dal 2014) e per quelli non regolamentati, su cui sarà applicata da luglio, dello 0,22% (0,2% dal 2014): paga il prelievo il soggetto in favore del quale avviene il trasferimento. Esclusa la finanza etica e i titoli azionari italiani la cui capitalizzazione media nel mese di novembre 2012 è risultata inferiore ai 500 milioni di euro: quindi saranno soggette all’imposta solo una settantina di azioni sulle 272 negoziate su Borsa Italiana. Per i derivati invece l’imposta è fissa, verrà calcolata secondo il prodotto e il valore nazionale del contratto, e sarà al massimo di 200 euro. Colpito anche il trading più speculativo, con un’aliquota dello 0,02% sulle negoziazioni ad alta frequenza ( high frequency trading ). Gli operatori: un nuovo fardello per il mercato azionario italiano Anche nella versione aggiornata, la Tobin non esalta gli operatori del settore finanziario. «Come si prevedeva, e si temeva, il provvedimento che voleva colpire la speculazione attraverso una più corretta ed etica tassazione dell’attività “speculativa” sui mercati, non ha sortito l’esito auspicato – sottolinea Giuseppe Attanà, presidente di Assiom Forex, l’associazione che riunisce circa 450 operatori finanziari – . La versione italiana della Tobin Tax lascia parecchio a desiderare, soprattutto perché ancora una volta non è stato perseguito il criterio della omogeneità di trattamento, che dovrebbe essere la prima regola da perseguire in mercati che per definizione sono oramai “globalizzati”. A prescindere dalla aleatorietà degli introiti fiscali legati al provvedimento, il mercato azionario italiano, già colpito dalla debolezza delle infrastrutture di negoziazione e da una congiuntura economica eccezionalmente fiacca, non aveva certo bisogno di questo ulteriore peso, che lo rende ancora meno appetibile rispetto ai potenziali mercati concorrenti». Purtroppo la naturale ricerca di consenso su questo tipo di provvedimenti fiscali, conclude Attanà, ha determinato decisioni che in definitiva non generano il valore e i risultati che ci si potrebbe aspettare da una riforma di questa rilevanza. «Macché Tobin Tax, è un balzello sulle transazioni al dettaglio» Stefano Sardelli, direttore generale di Invest Banca, ricorda che il presupposto impositivo è il trasferimento della proprietà di azioni emesse da soggetti residenti, quindi nn si paga la tassa se si investe in azioni estere anche se quotate su Borsa Italiana, come quelle del segmento MTA International. Inoltre sono esclusi gli Etf , sebbene le transazioni sui titoli soggetti alla nuova normativa effettuate dagli stessi emittenti ricadranno nel perimetro dell’imposta, con un prevedibile incremento del costo dei singoli prodotti. «In definitiva sembra di trovarsi di fronte ad un nuovo balzello sulle transazioni finanziarie al dettaglio – riflette Sardelli – più assimilabile sicuramente alla “vecchia” tassa sui contratti di Borsa, abrogata alcuni anni or sono, il cui effetto sarà quello di segmentare ancor più i mercati finanziari inducendo anche ad arbitraggi tra mercati». Inoltre, continua il direttore generale di Invest Banca, in assenza di un ampio numero di Paesi aderenti ad un tale sistema di prelievo fiscale si riduce sensibilmente l’efficacia impositiva a vantaggio di quelle piazze che non l’applicheranno o di quei Paesi come la Germania che, pur avendola proposta tra i primi, si sono guardati bene dall’introdurla velocemente (nel caso tedesco si parla già di un probabile rinvio al 2016). «Questa imposta sulle transazioni finanziarie colpisce indiscriminatamente tutti – sottolinea Sardelli – facendo leva sulla quantità (sulla falsariga delle imposte su tabacco ed alcolici), piuttosto che seguire le intenzioni iniziali di Tobin – che la propose nel 1972 – che intendeva colpire tutte le transazioni sui mercati valutari, campo esclusivo della grande finanza internazionale per limitare le fluttuazioni speculative (penalizzando le speculazioni valutarie a breve termine visto che a quei tempi non esistevano gli strumenti derivati), e per procurare contemporaneamente nuove entrate tributarie prelevate da chi avrebbe potuto trarre profitto dalla finanza». «Tobin aggirata grazie agli Etf» «L’ultima versione della Tobin Tax approvata con la legge di stabilità va oltre ogni aspettativa introducendo distorsioni dilazionate ed incertezza sulle regole», spiega Renzo Moretti, presidente di Gwa sim. Colpirà una settantina di azioni quotate a Piazza Affari, ed essendo prevalentemente titoli inclusi nell’indice «non bisogna essere degli scienziati per capire che gli scambi su queste azioni saranno “mediati” dagli Etf, che diventeranno l’unico strumento per investire in questi titoli. Risultato in termini di gettito molto ridotto o nullo». Si cerca di scoraggiare l’ high frequency trading con un’imposta dello 0,02% sugli ordini immessi e revocati in giornata (forse l’unico provvedimento che va nella direzione dichiarata dagli estensori della normativa), ma si rimanda ad un regolamento del ministero dell’Economia per i dettagli. Per i derivati si introduce un’imposta fissa. «Quando si tratta di creare confusione non possiamo dire di non essere i primi della classe – sospira Moretti – cosa c’era di male ad aspettare il legislatore europeo?»

Il sole 24 Ore – 2 gennaio 2012

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