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Dai supermercati alle mense scolastiche. L’avanzata dei vegani. Scelta di salute per gli uomini, etica per le donne

Eating review. Perché no? Si potrebbe leggere anche così, come una sorta di nuova sobrietà, nel caso, alimentare: avanza in Italia il popolo dei «veg», alias vegetariani, ma soprattutto vegani. Niente carne e niente pesce per i primi.

Nemmeno derivati (latticini e uova) per i secondi. I primi: sei italiani su cento, contro i quattro dello scorso anno (non poco considerando il cambiamento richiesto). I secondi: di quei sei «uno e qualcosa» è addirittura vegano, nel 2012 non era neppure «uno». Di conseguenza ci sono sempre più ristoranti, quasi uno per quartiere (almeno a Milano), e c’è chi nota che anche in agosto molti sono rimasti aperti: mai successo prima. Così anche i catering in ufficio a prezzi contenuti (dagli 8 euro a coperto) sono in aumento.

In alcuni supermercati (Esselunga e Carrefour) ora tra i banchi c’è il settore «veg», anche nel pronto e in monodose, segno di consumi veloci. All’Esselunga di via Fauché ecco: cous cous di sole verdure, hamburger di seitan, nuggets di soia. Nel reparto latticini: latte di ogni tipo (riso, mandorle, soia) e yogurt e creme. Oltre, naturalmente, al «biologico», l’abc della filosofia alimentare in questione. Possibile? Nel Paese delle bufale e delle fiorentine? Al festival vegetariano di Gorizia (da venerdì a domenica) danno numeri e interpretazioni del fenomeno: gli uomini preferiscono le verdure perché fanno bene alla salute (42,3%), le donne per rispetto nei confronti degli animali (66,7%).

Sulla «tutela dell’ambiente» — perché ridurre il consumo di carne nel mondo porterebbe a un notevole abbattimento del debito ecologico — sono tutti ancora un po’ perplessi: ci pensa solo il 15,4% degli Adamo e il 2,6 delle Eva. E in tutto questo: scelta giovane, molto giovane, il nuovo «veg» D.O.C. ha fra i 25 e i 34 anni.

È Alessandro Condoluci, 25 anni appunto — figlio di tanto padre, Rodolfo, storico chef (e ideatore di ricette) che 30 anni fa si buttò nella ristorazione «alternativa» partendo dal macrobiotico — a seguire ora la filiera vegana della catena milanese Mens@sana, undici punti vendita, e poi catering (con cibo ma anche materiale «veg») e corsi e rifornimenti. Sorride commentando la notizia sull’inserimento nel programma di educazione alimentare nelle scuole di Milano di un giorno a «menù vegano», firmato da Pietro Leemann chef del Joia (il Cracco del biologico). Ancora non è certo se sarà il mercoledì, il giorno «veg» istituito dalla Lav. «Facile ora — scherza lui —. Quando andavo a scuola io con il mio panino al tofu. O alle feste di compleanno con le nostre torte strane. C’era un po’ di diffidenza ma adesso no. Sono ben chiari i punti fondamentali per i quali si arriva, con consapevolezza, a questa scelta: attenzione per l’ambiente, etica e aspetto salutista».

Vada per la rinuncia a carne e pesce, ma a uova e latticini e miele: è tosta. «Se è per questo anche a lana e pelle, a certi detergenti e a qualsiasi derivato di origine animale — continua Condoluci jr —. Arduo essere vegani oggi, è un modo di vivere consapevole che necessita di una soglia di attenzione molta alta». E di fiducia nella filiera: «Rientra nel capitolo consapevolezza». Costosa? «Sono scelte: noi abbiamo fatto la politica del pranzo da ufficio, anche solo 8 euro». Angelo Naj Oleari, altra colonna milanese del pensiero «veg», ideologo (proprietario) dell’Orto Botanico (centri di vendita e studi da 40 anni) non ha dubbi sul fatto che il palato non ci perda. La sua storia comincia dalle ricerche sulle piante, si fonda sul credo che i frutti siano il regalo che la natura rinnova quotidianamente all’uomo e arriva a spingersi oltre, al crudismo e alle coltivazioni selvatiche: «Recentemente il New York Times ha pubblicato un’inchiesta condotta in sei anni, la conclusione: i raccolti selvatici sono cento volte più energetici». Questo renderebbe i «veg» un po’ più allegri? Perché un luogo comune li dipinge tristanzuoli e smunti: «Ma quello è retaggio dell’epoca macrobiotica: date un piatto di vegetali crudi a un giocatore di rugby e vedrete cosa combina, altro che bistecca».

Paola Pollo –Corriere della Sera – 28 agosto 2013 

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