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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Dai virtuosi agli spreconi: ecco le sei tribù del cibo. “Così ogni anno buttiamo 13 miliardi”. Prevalgono i primi ma un italiano su 4 non si corregge. Il 22%: immorale gettare gli avanzi nel cestino
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    Dai virtuosi agli spreconi: ecco le sei tribù del cibo. “Così ogni anno buttiamo 13 miliardi”. Prevalgono i primi ma un italiano su 4 non si corregge. Il 22%: immorale gettare gli avanzi nel cestino

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche2 Febbraio 2017Nessun commento3 Minuti di lettura
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    Il rapporto col cibo e lo spreco ci somiglia. Racconta vizi privati e pubbliche virtù, parla delle nostre abitudini e delle opinioni che guidano i nostri gesti. Davanti al frigorifero e alla spazzatura siamo virtuosi o incoerenti, attenti o spreconi, incuranti e risparmiosi.

    Con questi aggettivi ci fotografa un’indagine dell’Osservatorio Waste Watchers, di Last Minute Market/Swg e campagna Spreco Zero, che raggruppa le famiglie italiane in sei tribù. A seconda di quanti alimenti buttano e dei motivi per cui gettano via verdura e carne, pane e frutta per 30 euro al mese a famiglia.

    Sono 13 i miliardi bruciati nelle nostre case in dodici mesi, il 75% dello spreco nazionale di cibo stimato sui 16 miliardi in un Paese dove vivono milioni di persone sotto il livello di povertà e dove domenica si celebra la quarta Giornata nazionale di lotta allo spreco.

    Siamo divisi in due, anche sulla spazzatura: con un 57% attento al problema e un 43% per lo meno disattento. L’Italia dei “buoni” vede la tribù dei Virtuosi sprecare la metà del cibo rispetto alla media nazionale, 15 euro al mese. Sono il 22% della popolazione, fanno acquisti mirati, congelano gli avanzi pur di non buttare alimenti commestibili perché, secondo lo studio, vivono lo spreco alimentare come qualcosa di immorale e un danno all’ambiente.

    Accanto a loro c’è la tribù degli Attenti, il 28% delle famiglie. Sprecano un quarto in meno della media con il loro atteggiamento responsabile ma con qualche distrazione. I valori sono gli stessi dei Virtuosi, ma vissuti con meno rigore. La differenza sostanziale è che in questa tribù vi sono più coppie con figli e quindi lo spreco, anche involontario, si alza un po’.

    Il sette per cento del Paese fa parte della tribù dei Risparmiosi, attenti per necessità. A loro interessa poco la questione ambientale, ma hanno redditi limitati e così buttano via il 20% in meno della media per limitare la spesa.

    Dall’altra parte della barricata, nella coalizione degli spreconi, la tribù più numerosa è quella degli Incoerenti. Sono il 27% degli italiani che predica bene e razzola male. Convinta dell’importanza della questione ambientale, questa tribù poi si distrae e compra troppo, cucina e non mangia, lascia scadere gli alimenti, si fa sedurre dalle offerte che poi vanno a male. In una parola, riempie la spazzatura di cibo buono: un 25% in più rispetto alla media.

    La tribù degli spreconi, il 12 % ha come slogan: «io non ho responsabilità, è la società che deve pensarci». Non le interessa l’argomento e avendo una media capacità economica non vive la spesa come un deterrente allo spreco. Così getta una volta e mezzo in più rispetto alla media.

    L’ultima tribù è la più piccola e dannosa. Sono gli Incuranti, il 4% dell’Italia a cui non interessa proprio ecologia, ambiente, solidarietà o spreco. Butta via il cibo con facilità e senza mezzi termini: un 66% in più, rispetto alla media nazionale.

    Ma le cose stanno cambiando. Dall’estate scorsa c’è una legge per combattere lo spreco di cibo e invogliare alle donazioni, eppure 9 su dieci non snano che esista. «Le family bag, le confezioni per portarsi a casa gli avanzi dal ristorante, previste dalla legge, funzionano. Provate a Padova, ora sono richieste in tutto il Paese», sottolinea il sottosegretario all’ambiente Barbara Degani mentre Andrea Segrè, fondatore di Last minute market, dice: «Lo spreco migliore è quello che non si fa: bene recuperare, meglio prevenire. A questo serve la Giornata contro gli sprechi alimentari: a giocare d’anticipo. Buona la legge anche se manca ancora una campagna capillare di educazione alimentare».

    Repubblica – 2 febbraio 2017 

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