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Dal 2016 la speranza di vita riduce la pensione. Quell’adeguamento che taglia gli assegni: ecco gli effetti dei nuovi coefficienti

di Fabio Venanzi. La revisione dei coefficienti che trasformano il montante contributivo in quota di pensione avrà un effetto limitato sugli importi dei trattamenti pensionistici spettanti ai lavoratori. Tuttavia è importante sapere che i nuovi valori, che saranno applicati per il triennio 2016/2018, opereranno già dal prossimo 1° gennaio 2016 anche per quei lavoratori che hanno perfezionato (o che perfezioneranno) un diritto a pensione entro il 2015.

Quindi coloro che al 31 dicembre di quest’anno saranno ancora al lavoro, si vedranno applicare i coefficienti rivisti al ribasso a causa dell’aumento legato alla speranza di vita. Invece coloro che, avendo perfezionato un diritto a pensione, lasceranno il mondo del lavoro entro novembre (per il settore privato) o il 30 dicembre (per il pubblico) si vedranno applicare i vecchi coefficienti.

Il montante individuale

I riflessi sulla pensione risentono anche di quanto risulta accumulato a titolo di montante individuale. Si ricorda che il montante contributivo è la sommatoria dei contributi versati dal datore di lavoro e dal lavoratore, rivalutati annualmente per l’indice Pil appositamente calcolato dall’Istat. L’arco temporale che viene preso a riferimento varia in funzione dell’anzianità contributiva accreditata in favore del lavoratore. Per coloro che hanno almeno 18 anni di contributi entro il 31 dicembre 1995, l’impatto è limitato esclusivamente al montante accantonato dal 1° gennaio 2012 fino alla data di cessazione. Per gli altri (coloro che hanno meno di 18 anni di contributi al 1995) riguarderà tutte le contribuzioni versate dal 1996 fino alla cessazione.

Un caso pratico di calcolo

Un orizzontale temporale più ampio comporta necessariamente un montante superiore. Prendendo ad esempio una lavoratrice di 63 anni con uno stipendio medio 22mila euro annui lordi, con un’anzianità contributiva di 43 anni alle fine del 2015, l’importo della pensione varia di circa 30 euro annui lordi passando da 22.835 a 22.805, a parità di montante contributivo. La differenza è legata esclusivamente alla revisione dei coefficienti. Pertanto, avendo l’interessata già ampiamente perfezionato un diritto a pensione (nel 2014 ha raggiunto i 41 anni 6 mesi di contributi), dovrebbe lasciare il proprio lavoro prima della fine di quest’anno.

A parità di età i coefficienti sono scesi. Per trovare un coefficiente vicino a quello utilizzato fino a oggi per la pensione di vecchiaia (66 anni 3 mesi = 5,675%) occorrerà, dal prossimo anno, attendere i 66 anni 11 mesi (5,684%). In realtà dal prossimo anno la pensione di vecchiaia si conseguirà – generalmente – con 66 anni 7 mesi di età, a cui corrisponderà un coefficiente di rendimento del 5,619 per cento. I nuovi coefficienti, così come i vecchi, si fermano in corrispondenza del 70esimo anno di età. Il decreto Salva Italia (Dl 201/2011) stabilisce infatti che solo quando la sommatoria delle speranze di vita supereranno l’unità (+1 anno), il coefficiente di trasformazione sarà esteso a tali maggiori età. Pertanto si dovrà attendere l’ulteriore adeguamento del 2019 dove si stima che l’aumento sarà di cinque mesi arrivando a una “speranza di vita cumulata” di un anno.

La prosecuzione dell’attività lavorativa

Il Dl n. 201 ha previsto altresì anche la prosecuzione dell’attività lavorativa fino a 70 anni così da incentivare la prosecuzione del rapporto di lavoro con l’obiettivo di aumentare la pensione e ritardare il pagamento dell’assegno. Tuttavia tale “agevolazione” non si applica al pubblico impiego dove il limite ordinamentale (65 anni) costituisce un limite non superabile, tranne categorie particolari come professori e magistrati. Infatti a tale età, se il lavoratore ha maturato un qualsiasi diritto a pensione, la Pubblica amministrazione deve risolvere il rapporto e l’eventuale prosecuzione del servizio oltre il 65esimo anno di età è consentito solo per far acquisire un diritto a pensione di vecchiaia che di fatto diventa un limite insuperabile, se non in casi del tutto eccezionali.

Il Sole 24 Ore – 8 luglio 2015 

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