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Dal tetto della legge di stabilità alle pensioni alte risparmi fino a 480 milioni. Ma il governo è cauto: valutiamo a consuntivo

Il tetto introdotto nella legge di stabilità sulla valorizzazione delle pensioni erogate ai lavoratori con almeno 18 anni al 31.12.1995 (varo della riforma Dini) e per i quali a partire dal 1.1.2012 si applica in pro-quota il calcolo contributivo, potrebbe portare una dote significativa al Governo.

La norma, che si applicherà anche sugli assegni già in pagamento, corregge un effetto distorsivo della riforma del 2011 e sancisce che le pensioni liquidate applicando le nuove regole «non potranno in ogni caso superare» l’importo che si sarebbe determinato applicando le regole di calcolo previgenti al dl 201/2011. In pratica, lavorare qualche anno in più dopo aver superato i 42 anni e sei mesi per gli uomini e 41 anni e sei mesi per le donne non farà crescere la pensione.

Toccati, come è stato detto, sono circa 160mila soggetti da qui al 2024 intervallo nel corso del quale, secondo stime Inps, si cumulerebbe una minore spesa: dai circa 6 milioni del 2015 a salire fino ai 370 milioni del 2020 e i 480 milioni del 2024. Il ragionamento che è stato fatto dai legislatori è di equità: cancelliamo un effetto distorsivo contenuto nella riforma Fornero ed evitiamo di dare super-pensioni (anche superiori all’80% dell’ultimo stipendio) a chi ha il privilegio di ricoprire alti incarichi ben retribuiti e che, potendo, sceglie di restare al lavoro fin oltre la soglia dei 70 anni.

La relazione tecnica che accompagna l’emendamento governativo invece non valuta risparmi e rileva come gli eventuali effetti saranno registrabili solo a consuntivo, visto che dipendono «dalle scelte comportamentali» degli interessati. Un approccio forse eccessivamente cauto, viste le resistenze manifestate dalle categorie interessate ai tentativi di chiudere carriere troppo lunghe per lasciar spazio a ricambi generazionali (per esempio i magistrati contro la cancellazione dei “trattenimenti in servizio” del recente dl 90).

Il tetto al calcolo delle pensioni elevate dopo il passaggio al contributivo per tutti era stato valutato come possibile forma di copertura per misure rimaste nel cassetto del vecchio Governo e su cui il ministro Giuliano Poletti ha manifestato un certo interesse. È il caso del cosiddetto “prestito pensionistico”, una misura strutturale a favore di determinati lavoratori rimasti senza impiego e senza ammortizzatori sociali (perché esauriti) a 2 o 3 anni dal pensionamento. L’idea era di sperimentare per un triennio un anticipo dell’assegno a questi lavoratori in determinate condizioni (per esempio al compimento di 62 anni e tre mesi di età e con almeno 35 anni di anzianità contributiva) per poi recuperarlo tramite mini-decurtazioni sulla pensione effettiva quando questa sarebbe poi arrivata. Un intervento strutturale che avrebbe chiuso la stagione delle salvaguardie degli esodati (stagione ora dichiarata sostanzialmente chiusa dai vertici Inps con la sesta salvaguardia di quest’estate).

Si vedrà se quella misura prenderà corpo. Mentre è già certo che i nuovi risparmi saranno destinati a un Fondo Inps «per l’adeguamento di pensioni erogate a categorie che verranno definite dalla presidenza del Consiglio». Un vincolo, anche questo, da non banalizzare viste le previsioni del Def sulla spesa pensionistica, prevista nonostante le riforme ancora in crescita nei prossimi anni: passerà dai 260 miliardi del 2014 ai 287 miliardi del 2018 (anno in cui la crescita sarà del 2,6% e verrà raggiunto un livello pari al 16,1% del Pil).

Il Sole 24 Ore – 28 novembre 2014

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