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Dalla Pa alla competitività, il governo ora rischia l’ingorgo parlamentare: il crono programma sbanda, in arrivo fiducie e tagli alle ferie

di Roberto Turno. Conversione «difficile» dei decreti e riforme rallentate. Il termine per la conversione del decreto legge sul bonus cultura scade a fine mese. Per gli altri l’approvazione deve arrivare entro agosto

Lo ha detto chiaro ai suoi del Pd che l’estate sarà caldissima e di prepararsi ad accorciare le ferie. Non solo perché i conti sono tutt’altro che al sicuro e la legge di stabilità sarà lo spartiacque decisivo del cammino futuro, che l’Europa ci riservi o meno tregua e flessibilità; o perché in cantiere ci sono già il piano scuola, la giustizia e il fisco che a settembre saranno altro terreno minato per cambiare verso all’Italia. L’estate calda di Matteo Renzi è già qui. Squadernata sulla scrivania e registrata sul tablet del premier a cavallo tra fine luglio e metà agosto. Con un cronoprogramma che, già fuori rotta rispetto alle ambizioni, in venti giorni segnerà il cammino delle riforme e dirà quanto (e come) il Governo potrà giocarsi le sue carte. Oggi, peraltro, è convocata una capigruppo a Palazzo Madama per fissare il calendario dei lavori.

La vecchia Pa da rottamare, la competitività, la custodia cautelare, il bonus cultura fanno un poker di decreti sulle spine. Naturalmente con il Senato da cancellare e la legge elettorale tutta da rifare. E ancora i semplici disegni di legge con la delega-lavoro – il Jobs act 2 – e quella per la burocrazia semplice che vorrebbero decollare.

«Vorrebbero», appunto. Perché l’agenda dell’ex sindaco si è terribilmente complicata – almeno rispetto ai tempi desiderati e annunciati – in un crescendo di preoccupazioni per il Governo. Il voto sulle riforme istituzionali che al Senato, sotto il fuoco di oltre 7.800 emendamenti, slitta alla settimana prossima, ma forse anche oltre. Trascinandosi appresso altri rinvii. Il decreto competitività, intanto (scade il 23 agosto), che in aula a palazzo Madama sarebbe dovuto sbarcare da lunedì: rinvio sicuro, a meno che non si facciano slittare le riforme. In ogni caso il Dl andrà avanti con tanto di fiducia incorporata, anche nel successivo passaggio alla Camera. Ma anche la delega sul lavoro è da annettere tra i rinvii pressoché scontati, perfino per la sua futura applicazione proprio nel settore clou per la ripresa. E che dire del decreto legge che dovrebbe iniziare a rivoltare come un guanto le burocrazie italiche, anche se gli sconti già non sono mancati? Il Dl 90 (scade il 23 agosto) è ancora in commissione alla Camera e, col suo carico da novanta, deve fare la doppia navetta parlamentare. Altre fiducie già in preventivo. Mentre il bonus cultura (scade a fine mese) bussa con urgenza. E senza dimenticare provvedimenti ordinari che finora non sono neppure sbarcati in Parlamento, come il Ddl di delega sulla Pa. O la riforma del terzo settore, frutto dell’ultimo Consiglio dei ministri.

E dunque: luglio e ancora agosto – fino al 9 dicono i più ottimisti, magari fino a sotto Ferragosto dice chi teme il peggio – deputati e senatori dovranno stare incollati ai loro scranni. Inchiodati al pallottoliere dei voti di fiducia che saranno cruciali per far passare decreti vicini alla scadenza e misure a tanti indigeste e per questo sottoposte all’assalto delle lobby. Il Dl Pa è il primo indiziato, e infatti, pur trattando con tutti, Renzi e i suoi lo sanno bene.

Luglio e agosto tempo di ingorgo parlamentare, dice la storia del Parlamento. Ma questa volta il Governo dell’ex sindaco si gioca qualcosa di più che per gli altri Governi, in altre occasioni, fatte salve le estati al fulmicotone di Berlusconi e Tremonti prima di lasciare il campo, o del professor Monti nella sua tormentata estate del 2012. Renzi ha le sue di sfide, in Italia, se non bastassero quelle europee. E la legge di stabilità 2015, da settembre, detterà un’altra agenda e altre sfide ancora, ancora più indigeste se possibile. Anche perché le riforme istituzionali saranno sempre lì con i successivi passaggi parlamentari e per la legge elettorale si dovrà arrivare al redde rationem. Forse.

Fatto sta che il bilancino dei numeri parlamentari raggranellati dal premier in questi quasi 5 mesi, non garantisce fiducia assoluta nel futuro. In quasi 150 giorni ha raccolto 10 leggi, pochino, anche se non mancano colpi grossi, a partire dal Jobs act 1. Fatto sta che si tratta solo di decreti legge portati all’approvazione. Con ben 9 voti di fiducia raccolti tra Camera e Senato. Come successo con Monti e poi con Enrico Letta, né più né meno: su 51 leggi governative totali dall’inizio della legislatura, il 55,5% sono frutto di decreti. Il resto è stato residuale. Con i decreti legge si fa presto, sessanta giorni e via, poi la fiducia. Per i Ddl ordinari i tempi sono ben più lunghi. Come sta accadendo a Renzi con la delega-lavoro e come accadrà per quella sulla Pa. Vorrebbe andare veloce, Renzi, ma deve farci l’abitudine. Il monocameralismo per ora può attendere.

Il Sole 24 Ore – 17 luglio 2014 

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