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Dati pubblici deriva. Meno 10% archivi ha responsabile conservazione

Archivi pubblici quasi completamente informatizzati: ma meno del 10% ha un responsabile della conservazione. Rischi per la certezza del diritto

Archivi pubblici come baluardo della democrazia. A sostenere questo parallelismo è stato Barack Obama nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2009. Una volta erano polverose pergamene, poi pesanti libroni cartacei rilegati in cuoio. Ora solo bit. Ma non c’è dubbio che la fede pubblica di certificati di proprietà, stati di famiglia, atti di nascita o di morte, imposte o sanatorie sarebbe impossibile senza la fedele conservazione di questi documenti.

Il problema è che con l’informatizzazione pressoché completa di tutti questi dati la certezza giuridica dei cittadini sta correndo grossi rischi. Negli Stati Uniti, dove il processo di digitalizzazione è partito prima, sta già succedendo che i tribunali mettano in discussione l’autenticità di un documento prodotto dalla pubblica amministrazione. Con gli effetti che si possono immaginare. Anche in Italia, la maggior parte delle pubbliche amministrazioni, costrette da Renato Brunetta e dai ministri successivi a informatizzarsi, non si rendono conto dei rischi che corrono. Lo dimostra l’inchiesta, pubblicata in esclusiva su questo numero di ItaliaOggi Sette, dalla quale emerge che, contrariamente a quanto previsto dal codice dell’amministrazione digitale, meno di 3 amministrazioni su 10 hanno provveduto ad indicare sui propri siti il nome del responsabile del trattamento dei dati personali. E meno di una su 10 ha indicato il responsabile della conservazione.

Problemi ancora maggiori con i ministeri: solo l’Economia ha provveduto ad indicare il nome del responsabile del trattamento e solo all’Agricoltura pare si siano preoccupati della conservazione dei dati, affidando però il servizio in outsourcing. In realtà il codice dell’amministrazione digitale, all’articolo 12-ter, prevede sanzioni ad hoc per i dirigenti che non si adeguano, ma non risulta che queste siano mai state applicate. Eppure più volte è capitato che ospedali italiani perdessero referti o immagini cliniche perché i modelli di conservazione non sono a norma. Negli Stati Uniti una mamma, Catherine Venusto, ha forzato il sistema informatico della scuola frequentata dai suoi due figli per modificare i voti in pagella. Ma è stata scoperta. E ora sarà costretta a rispondere a ben sei diversi capi d’accusa, rischiando 42 anni di prigione e una ammenda di ben 90mila dollari.

Sono casi ancora isolati, ma non pare che ci sia nella pubblica amministrazione la consapevolezza che i dati conservati nei documenti informatizzati sono una delle colonne portanti della convivenza civile. Che quelle banche dati sono diverse da face- book, dove ognuno può fare quello che vuole. L’autenticità di un documento amministrativo è garantita se non si consente la possibilità di modifiche. Cosa che, anche senza volerlo, oggi può succedere, perché il pc impazzisce, o a causa di un accesso abusivo o altro. Il danno sarebbe enorme.

ItaliaOggi – 6 agosto 2012

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