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Debiti Pa, salta la nuova tassa ma decreto si arena

Senza l’aumento dell’addizionale Irpef, i tecnici non sanno più dove trovare i soldi per pagare i 40 miliardi alle imprese. Il premier vuole il via libera preventivo della Commissione Ue e chiama Rehn. Grilli deve trovare nuove coperture

Quello che segue è, in sintesi, il pensiero del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, sulla vicenda del decreto che ripaga 40 miliardi di debiti commerciali della Pubblica amministrazione nel 2013 e 2014. L’ha comunicato ieri sera agli italiani dal divano di Porta a Por: “Il dl non conterrà aumenti di imposte per finanziare i pagamenti alle imprese”; “è stato rinviato solo di pochissimi giorni e su questo non ci sono misteri”; “non esiste una contrapposizione tra me e il ministro Passera”. P ECC ATO che nella ricostruzione del ministro del Tesoro gli elementi di verità siano in deficit rispetto a omissioni e inesattezze. Il decreto, assicura ormai tutto il governo in coro, non conterrà l’aumento dell’addizionale Irpef per quelle regioni che usufruiscono degli anticipi di cassa per i debiti non sanitari: c’è sicuramente da crederci, ma resta il fatto che la bozza presentata martedì pomeriggio nelle riunioni preliminari del Consiglio dei ministri quella previsione la conteneva eccome (spariva invece nelle bozze serali, quando già i siti Internet avevano fatto circolare la notizia). E’ altrettanto vero, come dice Grilli, che il decreto è stato rinviato “solo di pochissimi giorni” visto che – come assicurato ieri dall’esecutivo all’Anci – il testo sarà approvato al massimo lunedì: è falso, invece, che “non ci siano misteri”. Non c’è infatti ancora una spiegazione convincente sul perché, dopo aver convocato un Consiglio dei ministri per approvare il decreto ieri mattina alle 10, dopo averlo poi spostato alle 19, si sia arrivati al rinvio sine die che ha scatenato la “cac cia al tecnico” da parte dei partiti di ogni razza e colore. Riassume il deputato Pdl Alessandro Pagano: “Emerge una verità sconcertante: mancherebbe la copertura. Se questa non verrà trovata o si rivelerà inefficace, il rischio di un nuovo aumento del deficit pubblico, con conseguente sforamento della soglia del 3%, diventerà concreto”. Forse è un caso, ma lo slittamento del Cdm è avvenuto dopo una telefonata tra Mario Monti e il commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn proprio in merito ai contenuti del decreto sui pagamenti della P.A. I problemi sono di due tipi. Sulla questione addizionale Irpef, fanno notare fonti parlamentari, c’è stato evidentemente un problema con le regioni che hanno i conti più disastrati: lo Stato centrale gli anticipa i soldi, ma vuole sapere come i governatori pensano di ridarglieli e l’addizionale era un modo. Il secondo problema pare, però, più sostanziale: se con questo decreto si porta il rapporto deficit/Pil al 2,9% – al suo limite massimo e non trattabile, vista la rigidità che la Commissione europea riservava all’Italia ancora ieri – si costringe il prossimo governo (o questo se rimane in carica) a fare una manovra di tagli o tasse entro poche settimane. Il bilancio 2013 è infatti, come abbiamo scritto più volte, disseminato di spese non interamente coperte: è il caso della Cassa integrazione in deroga, delle decine di migliaia di precari della P.A. i cui contratti scadranno in estate, delle missioni militari all’estero (scoperte da settembre) e di altro ancora. Almeno 7 miliardi sostiene, ad esempio, il responsabile economia del Pd Stefano Fassina, senza contare l’aumento dell’Iva di luglio. POI C’È la questione dello scontro tra Grilli e Corrado Passera. Forse non è il motivo per cui il decreto si è arenato, ma che tra i funzionari dell’Economia e quelli dello Sviluppo ci sia stata, diciamo, qualche incomprensione è un dato di fatto. Gli uomini di Passera quel testo lo hanno visto solo martedì e non gli è piaciuto affatto. Senza entrare nei tecnicismi, sostengono che i meccanismi burocratici che regolano i pagamenti sono troppo complessi e quindi destinati a non funzionare aggiungendo al danno del mancato pagamento la beffa: in questo senso non è un buon viatico il sostanziale fallimento delle procedure di certificazione dei crediti avviate nei mesi scorsi. Il timore della fregatura, peraltro, è assai diffuso anche nelle associazioni delle imprese – ie ri entrate a palazzo Chigi tutte con la bozza di decreto sotto il braccio – che infatti hanno chiesto meccanismi più chiari, in particolare per quanto riguarda il trasferimento degli anticipi di cassa dallo Stato agli enti locali. Queste procedure, ha scolpito Giorgio Sangalli, presidente di turno di Rete Imprese Italia, sono “un percorso a ostacoli” e rischiamo “l’ennesima falsa partenza”. Insomma, i creditori si sono schierati con Passera e il debitore Grilli se n’è dovuto fare una ragione.

Il Fatto Quotidiano – 4 aprile 2013

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