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Decreto sanità, alla fine montagna ha partorito topolino

Alla fine la montagna ha partorito il topolino. Forse perché non si poteva fare altrimenti, vista la guerra “tutti contro tutti” che si è scatenata sul decreto legge del ministro della Salute: i medici di famiglia e i pediatri incavolati e pronti allo sciopero, le Regioni critiche per essere state poco ascoltate, i farmacisti nervosi per i timori di ritocchi al “piano regolatore” del settore, gli industriali preoccupati per eventuali misure che colpiscono la farmaceutica già provata da precedenti manovre e da una perdita costante di posti di lavoro, le società scientifiche infastidite perché mai prese in considerazione, le associazioni dei pazienti molto dure per le dimenticanze sull’assistenza ai più deboli.

Senza sottovalutare le critiche, molto variegate, ad alcuni aspetti del decreto che sembravano francamente improponibili, come la tassa sulle bibite, che era non solo iniqua ma anche inutile. Tant’è che Balduzzi dopo la bordata polemica – anche da parte del sottoscritto – ha giustamente fatto marcia indietro.

Il problema è che con il decreto non si compiono molti passi in avanti, come si era fatto credere. E forse il cambiamento più radicale riguarda le nomine per primari e dei direttori generali negli ospedali, ma si dovrà aspettare per capire se vinceranno davvero la trasparenza e la professionalità e se la partitocrazia perderà potere nelle Asl. Per il resto si tratta di ritocchi, aggiustamenti, non di riforme vere e proprie.

L’annunciata rivoluzione H24 per gli studi medici non si farà fino in fondo perché non

è previsto alcun obbligo associativo. Tuttavia questo primo passo verso la medicina del territorio servirà da stimolo per le Regioni dove la continuità assistenziale oggi è soltanto un sogno. Comunque si potrà dar vita ad ambulatori aperti 7 giorni su 7 e per tutte le 24 ore mettendo insieme i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, gli specialisti ambulatoriali. Chi seguirà questa indicazione, andrà incontro alla crescente domanda di salute dei cittadini ed eviterà che i Pronto Soccorso vengano percepiti e utilizzati come uno studio medico.

Sull’attività professionale intramoenia dei medici, si ripete per la millesima volta che le aziende sanitarie devono procedere a “una definitiva e straordinaria ricognizione degli spazi disponibili per le attivita’ libero-professionali ed eventualmente possono, con un sistema informatico speciale, utilizzare spazi presso strutture sanitarie esterne, ovvero autorizzare i singoli medici a operare nei propri studi”. Nel decreto si sostiene che “tutta l’attivita’ viene messa in rete per dare trasparenza e avere tracciabilita’ di tutti i pagamenti effettuati dai pazienti, rendendo anche possibile un effettivo controllo del numero delle prestazioni che il professionista svolge sia durante il servizio ordinario, sia in regime di intramoenia”.

Per un governo impegnato contro l’evasione fiscale, questo è il minimo che si poteva fare per contrastare la scandalosa situazione dell’intramoenia che ha permesso a medici ladri – non la maggioranza – di rubare al fisco e quindi ai cittadini.

Tuttavia se si dà ancora la possibilità ai camici bianchi di praticare l’intramoenia negli studi privati, chi e come controllerà? Il sistema informatico speciale?

L’intramoenia a “casa propria” è sempre stata criticata da più parti, per ragioni di principio e deontologiche, ed è grave che venga riaffermata questa possibilità.

Molti altri punti del decreto meriterebbero approfondimenti (la lotta al fumo e alle ludopatie, le norme sulla medicina difensiva, quelle sui farmaci), perché si prestano ad apprezzamenti ed osservazioni. Ed è positivo ribaltare la posizione iniziale sulle bibite: invece di tassarle, si chiede alle aziende di introdurre una percentuale maggiore di frutta. Cosa che farà bene alla salute di chi le consuma e ai produttori di arance.

Segnalo solo un dimenticanza, però secondo me importante: nei Livelli essenziali di assistenza si fa cenno alle malattie rare, ma non si spende una parola sul fondo per i non autosufficienti (almeno due milioni di itlani). Nulla di nuovo, da questo punto di vista: le persone più deboli della società sono sempre le ultime, per qualsiasi governo. E il premier Monti e il ministro Balduzzi purtroppo non hanno voltato pagina.

Repubblica – 6 settembre 2012

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