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Dicembre gela le speranze di ripresa. Doppio colpo all’economia reale: cede la produzione e si riducono i prestiti alle imprese

IN CIFRE Il dato negativo dell’attività (-0,7%) interrompe sul nascere la mini crescita di novembre; i finanziamenti diminuiscono del 5,3%. Sessantadue miliardi in meno. La sintesi della “gelata” per il sistema produttivo italiano è nell’ammontare delle nuove operazioni di finanziamento, giù di oltre il 13% nel corso del 2013.

Sono forse questi numeri di Bankitalia, più che la frenata degli stock (-5,3% i prestiti alle imprese a dicembre) a dare il senso delle difficoltà in un sistema dove causa ed effetto ormai si confondono: una spirale perversa caratterizzata da una domanda in frenata, produzione in calo e fallimenti in crescita, rischiosità del sistema in aumento con conseguente stretta sui nuovi finanziamenti.

Coincidenza ha voluto che ieri Istat e Bankitalia comunicassero nello stesso giorno i dati sulla produzione industriale e sui prestiti, numeri che quantificano da diverse angolature la gravità della crisi.

Sul fronte dell’output dicembre è una doccia fredda. Non tanto nelle dimensioni, un calo dello 0,7% su base annua che si riduce ancora (-0,1%) limitando l’analisi alla sola componente manifatturiera, quanto perché il dato negativo interrompe sul nascere la mini-ripresa di novembre, primo segno più per la produzione industriale dopo oltre due anni in apnea. Una retromarcia che ripropone il segno meno anche su base congiunturale, dopo tre mesi consecutivi in crescita.

Vero è che attività estrattiva e forniture di energia appesantiscono il trend mentre per molti comparti manifatturieri come farmaceutica, alimentari, gomma-plastica e metallurgia la crescita è sensibile.

E tuttavia la performance media del mese non riesce che a migliorare appena il magro bilancio del 2013, con una produzione in calo del 3% dopo il disastroso -6,4% dell’anno precedente. Tre punti di produzione 7 Il termine spread indica la differenza tra due tassi d’interesse. Nel caso dei BTp, s’intende la differenza tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani (che sono considerati più rischiosi e dunque offrono tassi più elevati) e quelli tedeschi (più bassi). Più l’Italia riduce lo spread, meno è percepita rischiosa sul mercato. Non è normale, se non per motivi di “rischio-paese”, che i BTp rendano molto più dei Bund. Uno spread ampio, nell’area euro, indica una patologia. che tradotti in ricavi costano al sistema 25 miliardi di fatturato.

Le prospettive di ripresa restano dunque deboli e contradditorie, con il Centro Studi di Confindustria che stima per gennaio una produzione in crescita dello 0,3% con un’indicazione media di “avanti adagio” anche per i mesi a venire. Dati confermati anche dal superindice Ocse, con il dato in miglioramento sia per l’eurozona che per l’Italia, quest’ultima in crescita annua del 2,6%.

Piccoli progressi che si confrontano con il baratro del 24,4% che separa la produzione attuale dal picco pre-crisi, livelli recuperabili solo in presenza di una crescita decisamente più robusta rispetto a quanto sperimentato ora. Sviluppo che servirebbe anche per invertire il trend delle sofferenze bancarie, arrivate a dicembre per la prima volta oltre quota 155 miliardi, in crescita del 24,6% rispetto allo stesso mese del 2012, il doppio rispetto al livello registrato nel 2010. Risultati in buona misura prevedibili nell’anno in cui più di 14mila imprese portano i libri in tribunale mentre chi resta sul mercato – come mostrano i dati Istat – deve combattere ogni giorno per arginare il calo dei consumi nazionali.

Domanda e offerta di credito si incontrano così su livelli di quantità e prezzi decisamente poco favorevoli allo sviluppo e non a caso è proprio sulle modalità di finanziamento all’economia che da tempo ci si arrovella per uscire dall’impasse, con l’ipotesi di una bad bank per far ripartire il sistema avanzata anche dal Governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

Quel che è certo è che il carburante per il sistema è sempre più scarso (giù del 5,3% a dicembre lo stock di prestiti alle imprese, in calo di oltre 13 punti le operazioni di nuovi finanziamenti nell’intero 2013) e relativamente troppo costoso.

In presenza di una rischiosità del sistema così alta il calo degli spread tra Btp e Bund ha effetti marginali sul costo del denaro, che resta ancorato da tempo ben oltre la media europea. Tra novembre e dicembre, mentre lo spread si riduce di una trentina di punti, il tasso medio sulle nuove operazioni in Italia è addirittura in crescita di tre punti base, soprattutto a causa dell’impennata dei listini sui finanziamenti a medio-lungo termine.

Ed è proprio qui, per i prestiti di lunga gittata, che si manifesta uno dei tanti gap tra Italia e Germania, con tassi che spostandosi da Roma a Berlino praticamente raddoppiano. Prendendo in considerazione i prestiti inferiori al milione di euro, sulle durate brevi la distanza tra Italia e Germania è di 130 punti base, gap che sale a 167 punti per le scadenze tra uno e cinque anni e che lievita ancora a 267 punti per i finanziamenti oltre cinque anni, dove “noi” paghiamo allo sportello il 5,52% e i tedeschi il 2,85%.

Chi investe, dunque, sa già che non sarà certo la banca a fornirgli dal lato dei tassi armi in più per sostenere la competitività.

Il Sole 24 Ore – 11 febbraio 2014 

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