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Dirigenti pubblici, non c’è solo il tetto agli stipendi: niente premi se il Paese è senza crescita

Non c’è solo il tetto dei 238 mila euro, quello che nell’idea di Matteo Renzi impedirà che un dirigente o un manager pubblico possano guadagnare più del Presidente della Repubblica. Nel decreto la stretta sui dirigenti della pubblica amministrazione e sui capi delle aziende pubbliche sarà ancora più draconiana.

Per i primi già da quest’anno, dal 2014, scatterà un giro di vite sui premi. Non potranno essere incassati se il Paese va male. Dunque la parte variabile dei compensi dei burocrati sarà legata ad alcuni indicatori di «benessere» del Paese. Quali ancora non è stato deciso: il Pil, il tasso di disoccupazione, le classifiche dell’Ocse. Si vedrà. Ma il concetto è chiaro. In un Paese che va male ai dirigenti pubblici non può andare nessun premio. Secondo quanto indicato da Renzi da queste misure è atteso un risparmio di spesa di 350-400 milioni di euro. Teoricamente potrebbe essere molto di più. L’ammontare totale dei premi di tutti i dirigenti della pubblica amministrazione è di circa 2,8 miliardi di euro. Se nessun obiettivo fissato dal governo (e che sarà valutato da un ente “terzo”) sarà raggiunto, di fatto a dicembre di quest’anno di potrebbe risparmiare tutta la cifra con un blocco integrale della parte variabile della retribuzione.

L’ESEMPIO DI OLIVETTI

Sul punto, comunque, Renzi è stato più che chiaro. «Un tetto di 238.000 euro per chi lavora nel pubblico è più che sufficiente», ha sostenuto citando Adriano Olivetti, per il quale il capo non dovrebbe guadagnare più di 10 volte il dipendente. E poi ha aggiunto: «non è possibile che un manager prenda un premio massimo se il paese va a rotoli». Il nuovo tetto, dunque, oltre che ai dirigenti della Pa si applicherà a tutte le società controllate dallo Stato. Questo significa anche che i limiti ai compensi voluti da Enrico Letta ed entrati in vigore solo qualche giorno fa, il primo aprile, saranno immediatamente rivisti al ribasso. La direttiva del Tesoro prevedeva una divisione in fasce per i manager delle società pubbliche, con un tetto massimo per Anas e Invimit di 311 mila euro. Poi uno più basso per Consap, Consip, Enav e altre partecipate, fissato a 249 mila euro e, infine, un limite di terza fascia per controllate come Italia Lavoro o Studiare Sviluppo fissato a 155 mila euro. Il punto è che, almeno stando alle parole di Renzi, i nuovi tetti dovrebbero applicarsi anche a società per ora rimaste fuori dai vincoli, come le Ferrovie e la Cassa Depositi e Prestiti. Aziende che si erano salvate dal primo taglia-stipendi perché avevano emesso obbligazioni quotate in Borsa. Le società di Piazza Affari, invece, rimarranno escluse dai limiti, ma l’intenzione di Palazzo Chigi è di esercitare una forte moral suasion in modo da far sì che gli stipendi dei nuovi manager che saranno a breve nominati nei gruppi pubblici diano l’esempio rinunciando a super-compensi.

Il Messaggero – 9 aprile 2014

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