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Dirigenti pubblici, riforma graduale per aspettare la valutazione. La Camera chiede più garanzie sugli incarichi. Le obiezioni nel parere della Affari sociali

Sono 42, equamente divisi fra «condizioni» pesanti e «osservazioni» meno vincolanti, i correttivi proposti dal Parlamento alla riforma dei dirigenti pubblici. Il parere approvato ieri dalla commissione Affari costituzionali della Camera (oggi arriverà il documento del Senato, che si muove sulla stessa linea) accoglie in larga parte le indicazioni arrivate dal Consiglio di Stato e dalla Conferenza unificata, e concentra attorno a quattro temi chiave le richieste di rivedere il testo approvato ad agosto in prima lettura dal governo: tempi di attuazione, garanzie agli attuali dirigenti di prima fascia, autonomie locali e revisione della Scuola nazionale dell’amministrazione.

Non entrano, invece, nell’elenco obiezioni alle regole sull’aumento di peso del salario accessorio, che del resto era già previsto dalla riforma Brunetta in una delle parti mai attuate, mentre si chiede espressamente di finanziare la riforma, anche con un provvedimento a sé, perché il suo avvio non può essere a costo zero.

Quello sul calendario dell’attuazione di un ridisegno fortemente contestato dai dirigenti è uno dei punti chiave, e per capirlo basta ricordare le obiezioni del Consiglio di Stato. Nel loro parere di metà ottobre i giudici amministrativi erano arrivati a mettere in dubbio la legittimità costituzionale del decreto, che introduce il sistema degli incarichi quadriennali (rinnovabili una sola volta per altri due anni) senza accompagnarlo con un sistema di valutazione in grado di ancorare le scelte dell’amministrazione a parametri il più possibile oggettivi. Per le stesse ragioni, il Parlamento (come anticipato sul Sole 24 Ore di martedì) chiede al Governo di «valutare forme e modalità graduali di attuazione» della riforma, indicando un cronoprogramma dettagliato che garantisca l’avvio a regime del nuovo sistema quando sarà pronto il nuovo sistema di valutazione. Quest’ultimo, previsto dall’articolo 17 della delega, troverà spazio nell’altro decreto attuativo cruciale per gli statali, quello che riscrive il testo unico del pubblico impiego e che non arriverà al via libera definitivo prima di giugno (la prima approvazione è prevista a febbraio). Il tema è importante perché i criteri in base ai quali assegnare o non rinnovare gli incarichi definiranno i rapporti di forza fra la politica che sceglie i vertici amministrativi e i dirigenti chiamati ad attuarne gli indirizzi. Sul punto, il Parlamento si mostra d’accordo con il Consiglio di Stato sull’idea che mani troppo libere per la politica solleverebbero rischi di costituzionalità, e per questo motivo chiede di introdurre «adeguate garanzie oggettive e soggettive» nelle regole sugli incarichi e sui dirigenti che ne restano privi.

A infiammare il dibattito agostano sulla prima approvazione del provvedimento è stata anche la sorte degli attuali dirigenti di prima fascia, che in prospettiva sarebbero destinati a concorrere per gli incarichi insieme a tutti gli altri componenti dei ruoli unici. Nel tentativo di attenuare le obiezioni dei diretti interessati, il decreto varato dal governo ha introdotto una corsia preferenziale che riserva agli attuali dirigenti di prima fascia il 30% degli incarichi di dirigente generale che saranno messi a bando fino all’esaurimento dell’attuale qualifica di prima fascia. Il Parlamento chiede di rivedere e ampliare la riserva, anche qui in coincidenza con il Consiglio di Stato che aveva suggerito una riserva al 50 per cento.

In fatto di enti territoriali, invece, i pareri accolgono le principali indicazioni della Conferenza unificata, e chiedono di garantire la gestione autonoma da parte di Regioni ed enti locali del ruolo unico della loro dirigenza, e di prevedere un fondo perequativo per pagare lo stipendio base a chi rimane senza incarico, evitando di caricarne gli oneri direttamente sull’ultima amministrazione di appartenenza. Sui dirigenti apicali, che nel nuovo sistema sostituiranno i segretari comunali, la Camera chiede di fissare i requisiti professionali, anche differenziandoli a seconda della fascia demografica dell’ente, e di prevederli fuori dalla pianta organica per evitare il blocco di fatto negli enti che oggi non hanno dirigenti.

Il Sole 24 Ore – 10 novembre 2016 

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