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Dirigenza Pa, giovedì in Cdm il decreto con gli incarichi a tempo. Rischio licenziamento per chi resta troppo a lungo senza incarichi. Resta il nodo del periodo transitorio per i dirigenti di fascia alta

Tra oggi e domani si completerà il lavoro tecnico sulle possibili forme di salvaguardia per i dirigenti di prima fascia, ma sarà il consiglio dei ministri in programma giovedì a decidere se e come evitare un’applicazione immediata a tutti della riforma della dirigenza. Insieme a questo decreto, atteso da prima della pausa estiva ma slittato proprio per consentire una riflessione supplementare sul nodo delle deroghe, andranno alla prima approvazione del governo altri tre provvedimenti attuativi della delega sulla Pubblica amministrazione, dedicati a camere di commercio, enti di ricerca e comitato paralimpico.

È la dirigenza, però, a concentrare su di sé l’attenzione del dibattito, con il sistema degli incarichi a tempo di quattro anni rinnovabili una sola volta e la previsione di tagli di stipendio fino al rischio di licenziamento per chi rimane troppo a lungo senza incarichi (sei anni) oppure, nella fase di “parcheggio”, non partecipa a un numero minimo di selezioni (le bozze parlano di dieci bandi ogni tre mesi). La resistenza negli uffici ministeriali è scattata soprattutto sulla sorte dei direttori generali, che senza una fase transitoria rientrerebbero nel meccanismo del ruolo unico subito al momento di cercarsi una nuova collocazione: il fatto che il loro incarico attuale arrivi a scadenza, invece, non è stato messo in discussione, anzi nelle bozze circolate finora hanno trovato spazio anche norme che precisano questo aspetto del resto scontato anche codice civile alla mano (per questo aspetto si veda anche Il Sole-24 Ore di venerdì scorso).

Il problema, invece, riguarda il futuro: quando i direttori generali, o più in generale i dirigenti oggi in prima fascia, finiranno il loro mandato attuale entreranno tout court nel meccanismo del ruolo unico, dovendo quindi contendersi i posti alla pari con tutti gli altri? Sul piano tecnico, le strade per un ingresso “morbido” nel nuovo sistema sono molteplici, e possono prevedere una sorta di corsia preferenziale, o comunque di valutazione aggiuntiva, per gli incarichi banditi dalle amministrazioni di provenienza, oppure una disciplina transitoria più strutturata che per un certo periodo di tempo (per esempio tre anni) preveda di mantenere un sistema equivalente a quello della prima fascia anche all’interno del ruolo unico. Più difficile, invece, appare al momento una deroga a tempo indeterminato, anche perché finirebbe per dare alla riforma un carattere “punitivo” nei confronti degli altri. Sarà comunque il Governo a decidere la versione finale del testo, destinato in ogni caso ad accendere un dibattito serrato in Parlamento.

Più definito appare invece il decreto che deve tradurre in pratica la riduzione da 105 a 60 delle Camere di commercio. Sul punto, resta l’incarico a Unioncamere di scrivere entro sei mesi un piano di razionalizzazione che inevitabilmente riguarderà anche il personale e gli uffici di staff, ma non troveranno spazio nel testo finale le percentuali di riduzione obbligatoria (15% per gli organici, 25% per gli staff) comparse nelle prime bozze. Quanto al dossier del contratto degli statali, il viceministro dell’Economia Enrico Morando ieri ha sottolineato la necessità di «aumentare le risorse», cioè oltre i 300milioni previsti dal governo, «ma non raggiungere i 7 miliardi evocati dai sindacati».

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore – 23 agosto 2016 

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