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Dodici arresti e più di 20 indagati. Regione falcidiata dalle inchieste. Preoccupazione e rabbia tra i 3mila dipendenti: “Peggio che al Sud”

Settore Rifiuti: un arresto. Settore Bolli Auto: un arresto. Settore Ville Venete: un arresto. Ater di Venezia: un arresto. Genio Civile di Padova: un arresto. Mose: sei arresti. Tombola. Poi ci sono gli indagati: ventidue, complessivamente, dal Settore Cave all’Arpav, fino alla travagliata vicenda del «Palazzo d’oro» che la Regione acquistò dalle Ferrovie.

Altri quaranta, tra dirigenti e funzionari dell’Azienda Ospedaliera, dell’Usl e dello Iov di Padova sono finiti nel mirino della Corte dei conti. E viene il sospetto che non sia finita qui, visto che il governatore Luca Zaia fa sapere ad ogni occasione utile che sulla sua scrivania piovono ogni giorno segnalazioni ed esposti di ogni tipo, «che io puntualmente giro alla procura per competenza». Hai voglia a dire: «Male non fare, paura non avere».

All’indomani dell’ennesimo arresto, quello dell’ex capo del Settore Ambiente e Rifiuti Fabio Fior, il caffè è amarissimo alle macchinette automatiche di Palazzo Balbi: «Qua ne ingabbiano uno al mattino e alla sera altri tre finiscono indagati. Con che faccia insistiamo a dirci superiori alle Regioni del Sud? Macché virtuosi, semo pezo dei teròni !». I dipendenti della Regione, 2.600 persone di cui circa 180 dirigenti, sono stanchi d’essere investiti dagli schizzi di fango (eufemismo) sprigionati a raggiera dal ventilatore delle inchieste che martellano l’ente in laguna come in periferia. «Questa è gente ingorda – si sfogano al fumo di una sigaretta – gente che prende 100, 120, 130 mila euro all’anno e ancora non si accontenta, vuole il milione, ne vuole un altro e un altro ancora. Che schifo. Con la crisi che c’è poi…». L’impressione, diffusa e tutt’altro che campata in aria a leggere le carte delle inchieste, è che ci sia stato un tempo, in Regione, in cui regnava un clima da yuppies all’assalto, ben interpretato da una razza padrona «che si sentiva onnipotente, completamente fuori controllo. Stanno emergendo vicende folli, che ci chiediamo come uno abbia solo potuto pensarle. Macroscopiche a tal punto che non si poteva sperare di farla franca: per metterle in pratica si doveva essere certi che nessuno avrebbe parlato, che tutto sarebbe filato liscio. Che la copertura era totale».

Qualcosa lo si poteva intuire dai sussurri di corridoio e magari pure da quelle due circolari sibilline emanate da Zaia poco dopo il suo arrivo. La prima intimava a tutti i dipendenti di incontrare i loro interlocutori, chiunque essi fossero, solo e soltanto in ufficio, «e non al ristorante, al casello dell’autostrada o chissà dove» chiosò il governatore, aggiungendo: «Meglio ancora sarebbe tenere un’agenda puntuale di tutti gli appuntamenti, con un piccolo verbale allegato: abbiamo parlato di questo, ci è stato chiesto quest’altro. Come faccio io». La seconda, ancor più inquietante per certi versi, diffidava tutti dallo spendere il nome dello stesso Zaia con chicchessia, della serie: «Tranquilli, ci penso io, mi manda il presidente». Ora, anche il più ingenuo tra i frequentatori del Palazzo capisce che se uno sente il bisogno di vietare un comportamento, significa che quel comportamento qualcuno lo ha tenuto, e questo anche se Zaia ha sempre divagato: «Non c’è alcun addebito preciso, solo un’indicazione generale. Prevenire è meglio che curare».

Si vedrà se il metodo Mentadent applicato alla funzione pubblica darà i risultati sperati, fino ad allora resta lo sconforto, come spiega Vittorio Panciera della Direv, il sindacato dei dirigenti, che prima scuote la testa («Sono avvilito e intristito, l’ente per cui lavoro da 35 anni sembra colpito da un contagio diffuso») e poi prova a consolarsi con le parole di Tertulliano: «Oportet ut eveniant scandala » («E’ necessario che gli scandali avvengano»). Come lui, racconta di «un disagio diffuso» anche Maria Rosa Fabris, coordinatrice della Rsu in Regione e sindacalista Cgil: «Siamo molto preoccupati. Da anni denunciamo un’organizzazione del lavoro fondata eccessivamente sull’utilizzo del personale esterno, chiamato ad hoc senza una vera selezione per concorso. Questo vale per le posizioni dirigenziali (non è il caso di Fior, che era un interno, ma ad esempio di molti capi segreteria negli assessorati, come quelli coinvolti nell’inchiesta Mose, ndr .) ma anche del personale precario che spesso non ha né le conoscenze né le competenze per poter far fronte alle pressioni ed eventualmente rispedire al mittente richieste illecite. Tanti hanno paura di finire coinvolti in cose più grandi di loro, senza neppure rendersene conto»

Corriere del Veneto – 9 ottobre 2014 

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