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Donne ministro e ai vertici delle aziende di Stato. Ma negli esecutivi degli ordini la loro presenza è irrisoria e per tante professioniste mancano ancora le tutele minime

Un anno fa, quando si è insediato il governo Renzi, molti di noi hanno accolto con soddisfazione la scelta di mettere un alto numero di donne nell’esecutivo, di elevare la quota la rappresentanza femminile nelle liste elettorali, di mettere ai vertici delle società partecipate presidenti donne.  Ma oggi dobbiamo constatare che, nonostante le buone intenzioni annuciate, continuano a ripetersi i “vizi” del passato.

Lo denunciano le donne medico la cui rappresentanza negli organismi direttivi degli Ordini è al lumicino, lo denunciano i sindacati a fronte della mancanze di tutele per le professioniste convenzionate, lo scrivono i grandi quotidiani riferendo della mancata applicazione della legge Delrio nelle giunte comunali.

Qui sotto trovate gli interventi che ho citato. E’ mancata forse una vera inversione di rotta e come dice bene qualcuna si sono assunti  provvedimenti parziali, spesso inutili, che sembrano rispondere all’antico adagio ‘Cambiare tutto, per non cambiare niente’. (r.p)

Ordini medici e rappresentanza di genere: le donne sono solo il 18% nei Consigli

Al termine della tornata per il rinnovo dei vertici degli Ordini provinciali (manca solo l’Omceo di Frosinone), una lettura dei risultati sotto il profilo della rappresentanza di genere: ancora poche donne, serve una modifica della legge sugli Ordini, simile quella introdotta nelle elezioni comunali.

Se dovessimo dare un Oscar come riconoscimento a quegli Ordini provinciali dei medici che hanno raggiunto la piena parità di genere, sia nella composizione del consiglio sia nell’esecutivo, i premiati sarebbero Torino e Gorizia. Importante è stato anche il ruolo dei presidenti, persone che, per altri meriti, hanno già segnato la recente storia della Federazione. Amedeo Bianco presidente FNOMCeO è stato finora anche presidente Omceo di Torino e Guido Giustetto nuovo eletto ha saputo cogliere l’opportunità della cultura di genere. A Gorizia Roberta Chersevani, eletta nel 2006 ed allora unica presidente donna in Italia, dice: “l’Ordine ha una rappresentanza femminile coerente con il numero delle iscritte.”

Bene anche gli Ordini di Vicenza, Ancona, Pistoia, Nuoro e Vibo Valentia. Fra gli Ordini siciliani quello più virtuoso per l’equilibrio di genere è Ragusa, poco meno di 2.000 iscritti, una vicepresidente e cinque donne su 17 nel consiglio. Una menzione anche all’Ordine di Isernia, penultimo per numero di iscritti, che ha 5 donne su 11 nel consiglio con una vicepresidente donna. Volendo andare oltre le percentuali, svolgendo quasi una narrazione per far emergere realtà e relazioni, abbiamo diviso i 106 ordini secondo il numero di iscritti in quattro gruppi. Vi sono 20 grandi Ordini che hanno oltre 5.000 iscritti. Un secondo gruppo di venti ordini supera o sfiora i tremila iscritti. Nel terzo gruppo di 35 ordini collochiamo quelli il cui numero di iscritti è intono a 1500/2999. Fra questi anche l’Omceo di Frosinone che non ha ancora rinnovato il proprio consiglio. Il quarto gruppo è composto dai 31 Ordini che hanno un consiglio di 11 persone, comprensive di due odontoiatri. Tutti gli altri Ordini hanno consigli composti da 17 persone, con l’eccezione dei quattro più grandi.

Se ragionassimo solo in termini di pure percentuali, non troveremmo differenze fra i quattro gruppi di Ordini: quelli più grandi hanno una presenza femminile del 21, 9 quelli più piccoli del 20,52 (gli altri due gruppi hanno percentuali di 19,70 e 18,33).

È così smentito il luogo comune che attribuiva ai piccoli Ordini una maggiore presenza di donne. Ma cosa accade se andiamo a quantificare gli Ordini di che hanno meno di tre donne su 17 (17,64 %) o meno di 2 su 11 componenti (18,18)? Al di sopra dei cinquemila iscritti sono 10 su 20 gli ordini che hanno una percentuale di donne inferiore al 17,64%. Al di sopra dei 3.000 ben il 55% degli Ordini (11 su 20). Significa che gli Ordini con oltre 3.000 iscritti hanno nel 52,50% dei casi meno di tre donne nel consiglio. I 34 Ordini fra 1.500 e 3.000 iscritti presentano per il 55,88 (19 su 34, in attesa di Frosinone) un numero di donne fra zero e 3. Nei piccoli Ordini vi sono ben 22 ordini su 31 (70,96) che hanno nel loro consiglio un numero di donne fra zero e due. Globalmente ben il 59% (62 su 105) ha una percentuale di donne nei consigli inferiori al 18,18 %.

E se guardiamo le presenze femminili negli esecutivi costatiamo come nel 60% degli Ordini oltre i 3.000 iscritti vi siano zero donne. Diminuendo il numero degli iscritti la percentuale scende al 55% per gli Ordini fra 1.500/3.000 iscritti e al 48% al di sotto dei 1.500 iscritti. Fra i grandi Ordini, ha due donne nel direttivo solo Torino; fra gli Ordini con oltre 3.000 iscritti, Vicenza ed Ancona; nel gruppo 1.500/3.000, solo Campobasso; fra gli Ordini con meno di 1.500 iscritti, Gorizia, Pistoia, Nuoro, Vibo Valentia e Fermo. Hanno una donna nell’esecutivo il 35 % del gruppo sopra i cinquemila, il 30% sopra i tremila, il 38,23 gruppo fra 1.500 e 3.000 e il 32 % del gruppo sotto i 1.500.

Continuano ad esserci una manciata di Ordini con una buona percentuale di donne nel consiglio, ma zero o una donna nell’esecutivo. Un solo uomo nell’esecutivo si riscontra in due Ordini: uno ben bilanciato per genere e con un consiglio di 17 persone, l’altro con un consiglio di 11 componenti dove le tre consigliere hanno tutte cariche nell’esecutivo.

Le motivazioni sono diverse: si vuole innovare o essere fedeli alla tradizione a seconda dei casi. Certo vi è una grande variabilità fra gli Ordini e in un triennio possono cambiare presenze e percentuali. I due Ordini che in questo triennio presentano zero donne nel consiglio avevano, in precedenza, altra situazione.

Se andiamo a vedere fra i quattro revisori dei Conti previsti, pur essendovi 151 donne su un totale di 424 (35,61 %), vediamo che un quarto dei grandi Ordini ha zero donne fra i quattro revisori. La percentuale si mantiene alta anche negli altri gruppi (20% – 17,65 % – 19,35). I revisori, medici ed odontoiatri eletti, possono partecipare, senza diritto di voto, solo se invitati alle attività del consiglio. Spesso li si percepisce come il vivaio degli Ordini. Stupisce quindi che il 20 % degli Ordini (21su 105) non investa sulle donne che sono il 60% dei giovani.

Quante donne dovrebbero esserci negli Ordini e negli esecutivi per realizzare un equilibrio di genere, considerando che le donne sono oltre il 40 % della popolazione medica? Quali percentuale dovrebbero raggiungere perché siano massa critica, perché la diversità apporti beneficio? Quale percentuale è prevista, in altri ambiti, dalle vigenti leggi? Con i dovuti distinguo va ricordata la legge Delrio che prevede per le giunte dei comuni con più di tremila residenti un limite del 40 per il genere sottorappresentato. Perché i legislatori si sono soffermati a delimitare un limite numerico per le giunte che potremmo assimilare agli esecutivi degli Ordini?

Nella vita degli Ordini quale differenza vi è fra consiglieri e componenti dell’esecutivo? Cosa fanno i consiglieri e cosa fanno i componenti degli esecutivi? Quanti consiglieri conoscono la nuova dimensione che la Federazione ha costruito in questi anni, oltre i compiti istituzionali di ente ausiliario dello stato?

Sono domande che toccano il senso delle attività, senza fermarsi ai semplici dati numerici. Immaginate cittadelle composte solo da medici ….da tremila medici. In Italia ce ne sarebbero 40. Quante giunte/esecutivi risulterebbero irregolari se potesse essere applicata anche agli esecutivi dei consigli il limite invalicabile del 40 per il sesso sottorappresentato? I dati sopra esaminati mostrano che,con questo parametro, solo 3 ordini sui 40 al di sopra dei 3.000 abitanti/iscritti sarebbero regolari. Va anche precisato che nella citata legge Delrio, titolata Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni, in uno degli ultimi commi, sono nominati anche gli Ordini professionali, per quello che riguarda l’assetto territoriale, che rimane competenza delle leggi istitutive.

Abbiamo voluto evidenziare come nel mondo medico in alcune situazioni, nonostante la mancanza di legge specifiche, sia prevalsa l’aderenza a una realtà fatta da uomini e donne. Vuol dire che è possibile, che volendo si può fare, che i cambiamenti possono essere frutto non solo delle leggi e del diritto ma anche del riconoscere l’opportunità del cambiamento. Per quelli che preferiscono aspettare la spinta delle leggi, rinnoviamo la richiesta di una riforma della legge istitutiva esaustiva, che definisca il ruolo degli ordini e consideri anche gli equilibri elettorali.

Non si può accettare che il mondo medico rimanga scollato dalle società e dalle leggi sopraggiunte.

Questi dati sono stati elaborati ed analizzati da due medici donna. Segnalateci eventuali errori se li riscontrate.

Antonella Arras – Consulta deontologica FNOMCeO già osservatorio

Annarita Frullini – Osservatorio professione medica già centro studi

Onotri (Smi): “Donne medico convenzionate senza tutele per maternità nel Jobs act. Caro Renzi, non le dimentichi”

Lettera aperta al presidente del Consiglio per denunciare questa dimenticanza della riforma del lavoro ma anche per sottolineare la sostanziale assenza della sanità dall’agenda delle “grandi” riforme del Governo. Al contrario si continuano a varare provvedimenti parziali, spesso inutili, che rispondono all’antico adagio ‘Cambiare tutto, per non cambiare niente’

Mettere nell’agenda del Governo le riforme sulla sanità, sul “job act” estendere le tutele per la maternità anche alle donne-medico convenzionate, varare un “contratto unico dei medici” a tutele crescenti per combattere il precariato, ma anche per creare le condizioni per avviare un processo riformatore che archivi la stagione delle ingerenze dei partiti e delle Regioni nella gestione del Ssn. Queste le richieste contenute in una lettera aperta al Premier Matteo Renzi, inviata dal Segretario Generale dello Smi, Pina Onotri.

Gentile Presidente del Consiglio,

in questi giorni, ancora una volta, è riesploso il “caos” nei pronto soccorso: corridoi intasati, pazienti in barella e per terra, cittadini e medici esasperati. Il tutto corredato da puntuali titoli sui quotidiani, servizi sui telegiornali, magari con la ricerca un poco morbosa di un colpevole-capro espiatorio, magari in camice bianco. Poi, come sempre, dopo tanto clamore, ritorna il silenzio.

 Ma la realtà è che da anni ad ogni picco di una normale influenza i nostri servizi di emergenza collassano.

Una situazione intollerabile non solo per i cittadini, ma anche per i medici, costretti a lavorare in condizioni inaccettabili. I tagli dei posti letto, il blocco del turn over, il ricorso massiccio a contratti a tempo e precari, la mancata riorganizzazione delle cure primarie, sono alcune delle cause di questo costante e ricorrente “attentato” al diritto alla salute, sancito dalla nostra Costituzione.

A monte, però, c’è una incapacità di dare risposte alle grandi questioni del nostro tempo, alle trasformazioni della modernità: l’Italia e, più in generale, l’Europa, sono società con una composizione demografica radicalmente mutata, paesi più “vecchi” con una diffusione crescente della cronicità e delle malattie invalidanti. Sono società più povere anche a causa del protrarsi di una lunga crisi economica.

 Caro Presidente, nella sua agenda di governo, pur densa di significativi problemi, sono assenti purtroppo queste grandi questioni: Lei ha annunciato una riforma al mese, ma tra queste non appare quella sulla sanità. Una grave dimenticanza che consente ad alcuni di continuare a mal gestire il nostro Ssn: in Italia si spendono sempre meno soldi per i servizi sanitari e, al contempo, si sprecano sempre più risorse per colpa delle ingerenze della politica e per le invadenze pseudofederaliste delle Regioni. Tutto ciò ha prodotto, inoltre, una grave ed evidente stortura: i cittadini non hanno un’assistenza di qualità omogenea il tutto il Paese.

Per questa ragione si continuano a varare provvedimenti parziali, spesso inutili, che rispondono a un antico adagio: “Cambiare tutto, per non cambiare niente”. Un esempio calzante sono i diversi interventi in questi anni sul territorio (e sulla medicina di famiglia, di continuità assistenziale e del 118), gli ultimi, in ordine di tempo, quelli contenuti nella legge Balduzzi: altro che rivoluzione!

Si può invertire la rotta. Ma bisogna avere coraggio e strategie adeguate. Lo Smi nell’ultimo Congresso Nazionale ha lanciato una proposta utile in tal senso e che va, anche, nella direzione del meccanismo delle tutele crescenti: il contratto unico dei medici. È giunto il momento di superare la giungla normativa e contrattuale del Ssn (caratterizzata da contratti e convenzioni e, rispettivamente, da medici dirigenti dipendenti e medici libero professionisti para subordinati, questi ultimi, a loro volta, alcuni a rapporto orario e altri a pacchetto di pazienti-scelte e prestazioni), portando tutte le figure professionali all’interno di un unico accordo di lavoro. Questa sì sarebbe una grande risposta alla domanda di semplificazione dei rapporti di lavoro, una soluzione contro il ricorso strutturale al precariato, ma anche il terreno utile per creare le condizioni per avviare un vero processo riformatore per restituire ai cittadini livelli essenziali di assistenza di qualità in tutte le regioni italiane.

 Infine, un’ultima notazione sempre sul nodo dei diritti: l’attenzione del Governo al tema della maternità nel “jobs act” è un passaggio di grande importanza per una concreta affermazione nel mondo del lavoro del concetto di tutele crescenti. Tuttavia, non possiamo non segnalare che un segmento importante dei professionisti del Ssn continua ad essere escluso da questi provvedimenti, ci riferiamo alle donne-medico convenzionate (medici di famiglia, di guardia medica, del 118, dei servizi, pediatri di libera scelta), le quali in virtù di un “anomalo” inquadramento libero professionale, ma parasubordinato, non godono in modo adeguato di questa copertura, per esempio per quanto riguarda l’allattamento.

 Crediamo che un passaggio come quello di una riforma radicale del mercato del lavoro che punti alla fine della contrapposizione tra garantiti e non, deve, appunto, passare per un estensione delle tutele, per tutti e tutte.

Le donne-medico che operano nelle cure primarie, nel territorio, nella prima linea dei servizi sanitari del nostro Paese devono avere la giusta attenzione del Governo, non possono essere dimenticate, ancora una volta.

 Pina Onotri – Segretario generale SMI

Donne in giunta, la legge non applicata Sono 1.182 i Comuni «maschilisti»

In 968 delle 4.087 amministrazioni dove si è votato nel 2014 la presenza femminile è zeroSulla carta funziona tutto. Da un capo all’altro del Paese non c’è amministrazione comunale che non abbia la sua equa rappresentanza femminile. La pretende la legge 215 del 2012, per esempio, che ricorda a tutti di inserire negli statuti comunali norme per «assicurare condizioni di pari opportunità tra uomo e donna» e di «garantire la presenza di entrambi i sessi nelle giunte». Non solo. La cosiddetta legge Delrio di aprile 2014 (la numero 56) si spinge un po’ più in là e fissa percentuali precise: «Nelle giunte e nei Comuni con popolazione superiore ai 3.000 abitanti», dice, «nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40%».

Bene. E allora come si spiega il fatto che su 4.087 giunte comunali nominate dopo le elezioni del 25 maggio 2014, ce ne sono 1.182 non in regola con nessuna delle due leggi? Chi era tenuto a verificare che le norme fossero rispettate e non l’ha fatto?

Certo, se si ritiene che una giunta non sia legittima per questo o per quel motivo si può sempre far ricorso al Tar della propria Regione. Ma i termini per farlo sono ormai abbondantemente scaduti e nessuno sa dire quanti siano, a livello nazionale, i ricorsi ancora pendenti e quanti destini politici potrebbero quindi essere modificati dai giudici. Nessuno salvo la consigliera regionale per le pari opportunità della Calabria, Stella Ciarletta, che pochi giorni fa si è vista accogliere i quattro ricorsi presentati al suo tribunale amministrativo di riferimento («Solo quattro perché non c’erano altri soldi» ha spiegato). Risultato: quattro giunte azzerate per palese inferiorità numerica femminile.

In quelle sentenze c’è anche una raccomandazione ai sindaci: se venite a dirci che avete provato a cercare inutilmente donne da nominare dovete dimostrarcelo con «adeguata attività istruttoria», non basta giustificarsi «soltanto comprovando la rinuncia di una consigliera eletta». In sostanza, prima di arrendersi e nominare un’amministrazione a zero donne oppure sbilanciata a favore degli uomini, «il sindaco ha l’obbligo di svolgere indagini conoscitive nella società civile o nel proprio bacino territoriale», tenendo conto ovviamente degli orientamenti etico-politici di chi interpella. Soltanto dopo una ricerca così dettagliata e provata è possibile la resa.

Ma dedicare tutto questo tempo ed energia alla causa della parità di genere evidentemente non è stato ritenuto fondamentale da 1.182 sindaci. Nella maggioranza dei loro Comuni, cioè in 968 giunte, la rappresentanza femminile è pari a zero, e poco importa che siano sopra o sotto i 3.000 abitanti. Per gli altri 214, invece, la presenza femminile è assicurata ma siamo davanti a numeri tanto esigui da risultare sotto la quota del 40% voluta dalla legge Delrio.

Secondo Stella Ciarletta sono tenuti a rispettare le norme sulla parità di genere anche i Comuni eletti prima delle due leggi di riferimento ma nei quali c’è stato poi un rimpasto. È il caso di Cosenza, dove la giunta — nove uomini e una sola donna — è stata nominata di recente. «Ho presentato una diffida al sindaco perché riveda le proporzioni» spiega. Se non succederà, anche Cosenza arriverà al Tar e in questo caso, secondo la consigliera, la scadenza dei termini non vale perché fa riferimento alle date del rimpasto. «Quella famosa “istruttoria adeguata” di cui parla il Tar», considera lei, «significa che non ci si può nascondere più dietro il luogo comune che “le donne non vogliono fare politica”».

Le fa eco dal Lazio l’assessore alle pari opportunità Concettina Ciminiello: «Non è vero che le donne non sanno o non vogliono far politica. È che ogni volta che ci provano si trovano davanti a una resistenza pazzesca. E poi c’è il problema della rappresentanza nei piccoli Comuni…».

In effetti è quello il punto più dolente. I piccoli, piccolissimi Comuni — soprattutto nelle aeree isolate di montagna, per esempio in Piemonte — faticano a tenere conto della parità di genere nella composizione delle giunte che, mediamente, sono composte dal sindaco più due assessori. Ora. Se è vero che su poche centinaia di abitanti spesso sono ridotti i nomi delle possibili donne da nominare, è anche vero che sono pochissimi — per non dire nessuno — i primi cittadini che si pongono il problema della rappresentanza. Difficilissimo che, come suggeriscono i giudici amministrativi delle sentenze calabresi, provino a colmare lo squilibrio cercando «personalità femminili idonee nella società civile o nel bacino territoriale di riferimento del Comune».

«Non so che cosa abbiano fatto o che cosa intendano fare le mie colleghe delle altre regioni ma io — annuncia Concettina Ciminiello — chiederò controlli ai prefetti e li sensibilizzerò per le prossime elezioni. E poi mi chiedo: sono legittimi gli atti di una giunta che in teoria non è in regola?».

Può anche darsi che, fra scadenza dei termini e interpretazione delle leggi, il fronte che si batte per la regolarità degli atti per le giunte nominate nel 2014 non porti da nessuna parte. I numeri, invece, quelli sì. Portano dritti verso una riflessione: sulla questione delle pari opportunità in politica siamo ancora indietro se un Comune su quattro ne ignora le regole.

Giusi Fasano – Il Corriere della sera

30 gennaio 2015 

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