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Dopo-elezioni. Tosi: non me ne vado. Domani resa dei conti

di Filippo Tosatto. Domani, nella ricorrenza di Sant’Antonio da Padova, Flavio Tosi ha convocato il consiglio nathional del partito per un esame del voto amministrativo in Veneto.

 Più una via crucis che una processione di ringraziamento, quella dei leghisti, tramortiti da una disfatta culminata nella caduta di Treviso, già città-simbolo di Gentilini e dell’egemonia padana. Si temeva un tonfo, è arrivato il «disastro» (la definizione laconica è del capogruppo al Senato Massimo Bitonci) ma la circostanza non induce alla tregua le correnti in lotta. Al contrario, cementa la convinzione che solo sgombrando la scena dai rivali – tosiani o bossiani che siano – sarà possibile una ripartenza. Lo pensano i colonnelli del segretario – «Paghiamo gli scandali del Cerchio magico, se ne vadano tutti e la gente tornerà a votarci» – e ancor più i «lealisti», cui fa da megafono l’espulsa Paola Goisis, decisi a rovesciare la leadership di Tosi, magari attraverso un congresso straordinario che regoli i conti con i barbari, restituendo dignità alla vecchia guardia spodestata. A dimettersi, Flavio Tosi non ci pensa proprio. Né rinuncia a un pizzico di humour pallonaro: «Io sono uno che sa incassare ma la botta che ho ricevuto equivale a quando il Verona fu retrocesso in serie C», confida in radio a Un giorno da Pecora «spero che ci riprenderemo già l’anno prossimo, perché l’Hellas ci ha messo 11 anni a risalire di serie». Poi ribadisce la sua lettura del voto: «Giancarlo Gentilini con la sua lista personale ha preso il 20% e mi dispiace moltissimo che abbia perso, non lo meritava dopo tutto quello che ha fatto per Treviso. Anche Manuela Dal Lago è stata brava, a Vicenza da sola è andata oltre il 10%. È la politica nazionale a uscire sconfitta, non le civiche». Ad accentuare il flop, l’astensionismo: «Nel crollo dell’affluenza il centrosinistra, che ha un voto più ideologico e fidelizzato, ha mantenuto più elettorato, non così Lega e centrodestra». Corollario: il marchio leghista ha perso appeal, anzi, se corre da solo è condannato a un ruolo minoritario; l’unica chance è la “balena verde” nel segno delle coalizioni civiche capitanate da figure rappresentative. Ma al di là delle formule, qual è la strada per arginare il crollo verticale dei consensi e riconquistare i delusi? «È il lavoro sul territorio, governiamo le tre grandi regioni del Nord a cui abbiamo promesso il federalismo attraverso la macroregione, quindi riduzione della spesa pubblica e della burocrazia. Le cose che servono al Veneto a tutto il Paese. Dobbiamo dimostrare di saperlo fare, se sarà così i cittadini ci restituiranno la loro fiducia, oggi il clima è pessimo ma abbiamo alcuni mesi davanti per recuperare». Il messaggio, neanche tanto cifrato, è rivolto al governatore Luca Zaia, punto di riferimento degli oppositori interni. Quest’ultimo, sollecitato da più parti perché assuma le redini del Carroccio traballante, si astiene dalla zuffa ma pronuncia una battuta – «Il leghismo sopravviverà alla Lega» – che ha il tenore di un manifesto perché allude da un lato al “sentiment” del popolo settentrionale – più che mai bisognoso di tutela e rappresentanza in una fase di recessione devastante, dove l’Ue a trazione tedesca è avvertita con fastidio crescente da imprese e lavoratori e l’impennata della criminalità diffusa spaventa le famiglie – e dall’altro all’ossatura di amministratori locali leghisti di lungo corso, capaci di praticare quel “sindacalismo del territorio” che resta l’unica ragione sociale del leghismo. Nell’immediato, la ferita è aperta: domani incombe la resa dei conti, da Milano-via Bellerio giungono voci di conferma delle 22 sospensioni a carico dei ribelli di Pontida. In più federazioni l’idea è quella di raccogliere firme tra i militanti per sfiduciare Tosi e costringerlo a convocare il congresso. «Siamo in migliaia, prenderemo Tosi e Maroni a calci in calo», ringhia il consigliere Santino Bozza, redivivo dopo la cacciata. Un tasso di litigiosità inversamente proporzionale al favore delle urne. Ci vorrebbe un miracolo antoniano, già.

Il Mattino di Padova – 12 giugno 2013

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