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È scaduto e me lo mangio. Non sempre la data di scadenza è tassativa. Ecco come fare e quali alimenti è categorico non consumare

Uno yogurt dimenticato in fondo al frigo o il formaggio che ha fatto la muffa. Cosa si può mangiare senza rischi? Passata la data di scadenza, gli alimenti possono alterarsi dal punto di vista igienico-sanitario o nutrizionale. Nel primo caso ci sono i cibi freschi, ad alto contenuto di acqua, che sull’etichetta riportano la dicitura “da consumarsi entro”. «Le etichette sono affidabili, ma lasciano un margine di consumo. E possono guidarci le nostre impressioni organolettiche » , spiega Patrizia Laurenti, docente di Igiene alla Cattolica di Roma. Prendiamo lo yogurt, ad esempio. « A meno che non ci siano evidenti segni di alterazione, non si corrono rischi. Però si perdono proprietà nutritive legate ai lattobacilli». Ma questo, secondo uno studio francese, avverrebbe addirittura dopo tre settimane. Da evitare, invece, il consumo di latte (massimo due giorni dopo la scadenza) e altri latticini. Se la confezione del formaggio fresco che avete nel frigo si è gonfiata, al suo interno è in corso un’alterazione batterica; se ha fatto la muffa, toglierla può non bastare. « A volte penetra nella pasta del formaggio, altre può produrre micotossine liposolubili, ma è più raro», avverte Laurenti. Meglio non rischiare con l’uovo. « Se affonda nell’acqua è ancora buono – spiega Laurenti – ma sconsiglierei di consumarlo oltre i due giorni dalla scadenza » . Due ore, invece, nel caso della spremuta d’arancia. « La vitamina C si perde rapidamente a causa dell’ossidazione, e potrebbe accadere anche nelle macedonie non consumate subito, a seconda della tipologia di frutta » , avverte Sabina Rubini, biologa ed esperta in igiene e sicurezza degli alimenti dello studio Abr. « Tempi brevi anche per le verdure in busta. Contengono una miscela di gas studiata per bloccare la crescita di eventuali microrganismi patogeni: se si superano i tempi indicati in etichetta, i gas si consumano e l’assenza di microrganismi non è più garantita » . Quando “ si va oltre” la crescita microbica può provocare qualche disturbo gastrointestinale. « Se si forma una tossina si rischia un’intossicazione, quindi diarrea, mal di pancia, anche vomito e febbre» , spiega Maurizio Vecchi, direttore di Gastroenterologia della Fondazione Irccs Ca’ Granda ospedale Maggiore Policlinico di Milano. « Se a formarsi sono patogeni, si rischia invece una tossinfezione, anche dopo 12-24 ore dall’ingestione. Con sintomi più potenti: diarrea con sangue, debolezza, abbassamento della pressione, squilibri elettrolitici » . Che tendono a risolversi da soli. Importante reidratarsi ( se si è vomitato) e fare un ciclo di probiotici per riequilibrare la flora batterica intestinale. Bisogna far attenzione alla catena del freddo. « Se tonno e sgombro non si conservano sotto i 4 gradi – avverte Vecchi – producono istamina, mediatrice di sindromi allergiche, che non genera cattivo odore e non si elimina con la cottura. Può causare la sindrome sgombroide: mal di pancia, diarrea, reazioni dermatologiche e respiratorie » . Tutti gli altri alimenti, a basso contenuto di acqua, oltre la data indicata ma conservati correttamente, sono innocui per la salute. Ma perdono nutrienti. E sapore.

Giulia Masoero Regis – Repubblica – 6 febbraio 2018

 

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