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E sulle nuove regole il governo vuole mediare: convocheremo i sindacati. Con l’intenzione di incentivare i contratti aziendali rispetto a quelli nazionali

Il giorno dopo, la frenata. Sabato, mentre il segretario della Fiom Maurizio Landini metteva in moto la sua «coalizione sociale» attaccando a testa bassa il governo Renzi, Palazzo Chigi aveva detto di voler accelerare con il disegno di legge sulla rappresentanza e di volerne presentare un altro sulla trasparenza nei partiti. Ieri sera, invece, sempre Palazzo Chigi fa sapere che non è pronto alcun disegno di legge, né sui sindacati né sui partiti.

Nessuna accelerazione, anzi calma e gesso: «È una sfida culturale — dicono sempre dal governo — che lanciamo a chi lamenta mancanza di democrazia nei partiti». In realtà si tratta di due treni che viaggiano su binari diversi. E che, probabilmente, procederanno anche a velocità diverse.

Sui sindacati i lavori sono in stato più avanzato. Il governo aveva già detto di voler intervenire sulla materia. Ma quello che conta, adesso, è il metodo: «Ad ottobre Matteo Renzi aveva incontrato le parti sociali nella famosa sala Verde di Palazzo Chigi — spiega Filippo Taddei, responsabile economia e del Pd — aveva detto che sulla rappresentanza avremmo coinvolto i sindacati. E così faremo. Nei prossimi giorni il governo li convocherà, li ascolterà e poi discuteremo insieme». Fine del metodo Jobs act, insomma, quando il governo informava i sindacati solo a decisioni già prese. Forse c’entra il nuovo ritmo, meno frenetico, coinciso con l’arrivo al Quirinale di Sergio Mattarella, che lunedì prossimo incontrerà proprio i leader di Cgil, Cisl e Uil. Di certo conta il fatto che sono in ballo le regole del gioco, materia sensibile in ogni settore.

Al di là della frenata, per il governo alcuni principi sono già chiari. Uno è incentivare i contratti aziendali rispetto a quelli nazionali L’altro è stabilire un «peso» minimo per potersi sedere al tavolo della trattativa e firmare i contratti. Sul tema ci sono diverse proposte, come quella di Cesare Damiano (minoranza Pd) o quella di Freccia Rossa, gruppo di esperti di diritto del lavoro. In tutti e due i casi la soglia minima per partecipare alla trattativa viene fissata al 5%, facendo la media tra gli iscritti e i voti raccolti alle elezioni per i delegati aziendali. È la stessa soglia prevista nell’accordo firmato un anno fa tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. Ma fissarla per legge la renderebbe vincolante per tutti, anche per chi non fa parte di quelle associazioni.

Nella proposta dei professori, poi, c’è un altro paletto solo a prima vista tecnico. Riguarda le assemblee sui luoghi di lavoro e dice che le ore a disposizione in ogni azienda vengono divise in proporzione ai voti presi per i delegati. E non più in base al semplice principio del chi primo arriva meglio alloggia, con la corsa a fare richiesta nei primi giorni dell’anno. Una corsa, ed è questo il dettaglio politico, che spesso vede proprio la Fiom in prima fila.

Sui partiti politici il percorso è più lungo. Ma alcuni temi rilevanti sono stati identificati: il controllo dei bilanci da parte della Corte dei conti, ad esempio, oppure la certificazione esterna del numero degli iscritti. Più difficile che nella partita entri anche l’obbligo delle primarie, mentre potrebbe essere rafforzata la norma sugli statuti interni. Già oggi, con la legge che cancella nel 2017 il finanziamento pubblico, per raccogliere le donazioni dei privati i partiti dovrebbero avere una «carta fondamentale» che fissi modalità di elezione dei dirigenti, durata degli incarichi, garanzia delle minoranze. Non tutti si sono adeguati. Anzi.

Il Corriere della Sera – 16 marzo 2015 

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