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Ecco quale pesce arriva sulle nostre tavole. Nell’Adriatico c’è il fermo della pesca fino al 5 settembre. E aumenta l’import

pesce-fresco-630x330Federico Capurso e Antonio Pitoni. Da Trieste a Bari, pesca chiusa in quasi tutto l’Adriatico. Almeno fino al 5 settembre, quando il fermo biologico per le flotte italiane cesserà nel tratto tra il Friuli e Pesaro. Mentre proseguirà fino al 26 settembre tra le Marche e il capoluogo pugliese. Sovrapponendosi, dal 17 del mese prossimo, allo stop dei pescherecci da Brindisi in giù, che interesserà, fino al 16 ottobre, anche lo Ionio e il Tirreno. Sicilia e Sardegna, invece, decideranno autonomamente quando accendere il semaforo rosso per le imbarcazioni che resteranno ancorate in porto per 30 giorni. Uno stop periodico e sacrosanto che dal 1985 interessa tutti i Paesi membri dell’Unione europea. Per consentire il ripopolamento delle specie ittiche. Un sacrificio di un mese per consentire agli europei di mettere in tavola pesce di alta qualità per gli anni a venire. E che, a ben vedere, neppure Coldiretti mette in discussione.

Obiettando, semmai, sulle modalità del fermo. «Il problema è che questa misura ha funzionato solo per quelle specie che hanno il loro picco riproduttivo nel periodo estivo come la triglia, la gallinella e la sogliola – spiega Tonino Giardini, presidente di Impresa Pesca -. Scampi e pesce azzurro, invece, si riproducono in altri periodi dell’anno, per questo sarebbe più utile chiudere le aree a macchia di leopardo, un po’ come si fa per la caccia».

La controindicazione del fermo biologico sta nel rischio che, con i pescherecci italiani ancorati nei porti, aumenti l’import dall’estero di prodotti ittici. Import che nel primo quadrimestre del 2016 ha fatto segnare un incremento del 3% rispetto allo stesso periodo del 2015. Quando, complessivamente, l’Italia ha importato 769 milioni di chili, dei quali il 40% proveniente da Paesi extracomunitari. Senza contare che, nel Mediterraneo, mentre le flotte italiane si fermano, quelle egiziane, libiche, turche e tunisine continuano a lavorare a pieno regime, erodendo quote di mercato.

Specie taroccate

La domanda è: da dove arriva il pesce che finisce sulle nostre tavole e su quelle dei nostri ristoranti? La truffa, specie nel periodo di blocco, è dietro l’angolo. Dal pangasio del Mekong venduto come cernia al filetto di brosme spacciato per baccalà. Dall’halibut e la lenguata senegalese commercializzati come sogliola al polpo del Vietnam prezzato come nostrano. Dallo squalo smeriglio venduto come pesce spada, al pesce ghiaccio spacciato per bianchetto. Dal pagro servito come dentice rosa alle vongole turche e i gamberetti cinesi e argentini. O, peggio, del Vietnam, dove è permesso il trattamento antibiotico rigorosamente vietato in Europa. E se mercati e pescherie hanno l’obbligo di rendere conoscibile la provenienza dei prodotti, lo stesso vincolo non vale per i ristoranti.

Quest’anno arriveranno dal fondo Feamp 14 milioni di euro (uno in meno del 2015) da ripartire, a titolo compensativo, tra le imprese ittiche interessate dal blocco. Risorse che dal 2017, per i prossimi sei anni, si ridurranno a 6 milioni l’anno. Meno della metà. Una bella grana per i pescatori.

La Stampa – 17 agosto 2016 

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