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Emergenza coronavirus. I tre criteri. Numero di casi e posizione geografica. Così si è deciso quali aree chiudere

Michele Bocci, Repubblica. Tre ragioni per chiudere in quelle aree e non in altre. Hanno a che fare con motivi epidemiologici e geografici le indicazioni del Comitato tecnico scientifico della protezione civile che hanno portato il Governo a bloccare un pezzo d’Italia dove vivono circa 16 milioni di persone. Il primo criterio riguarda l’incidenza cumulativa per 100mila abitanti. Significa che nelle province inserite nella zona arancione c’è stato un numero importante, superiore rispetto ad altrove, di casi in proporzione alla popolazione. Poi si è valutata la circolazione autoctona del virus. In quelle aree il Covid-19 è presente senza che si sia potuto ricostruire un collegamento di molti dei casi con quelli delle zone dei primi focolai italiani, il Lodigiano e la zona di Vo’ in Veneto. Infine esiste anche un fattore geografico, cioè la vicinanza ad aree colpite in modo importante. Dal ministero alla Salute spiegano che se in altre province o regioni verranno a crearsi situazioni simili, saranno rapidamente adottati nuovi provvedimenti di blocco.
Con l’atto si vogliono proteggere le persone delle aree interessate, riducendo la circolazione del Covid-19, ma anche chi abita nel resto del Paese. «Siamo entrati nella fase del delay », spiega Walter Ricciardi, uno dei membri del Comitato. Significa che non si lavora principalmente per impedire che il virus provochi tanti altri casi anche nelle regioni attualmente in “area gialla” (perché lo farà), ma si cerca di rallentare la crescita del numero dei contagi. In questo modo i sistemi sanitari hanno più tempo per organizzare la loro risposta alla malattia, in particolare aumentando i posti letto di rianimazione ma anche individuando strutture ospedaliere dove ricoverare esclusivamente persone colpite dal coronavirus. Il decreto del governo sul personale di venerdì scorso ha dato la possibilità di fare assunzioni proprio di anestesisti, oltre che di infettivologi e pneumologi e ci sono da organizzare i reclutamenti. Ma essere pronti vuol dire anche avere a disposizione strutture per la quarantena di chi non può fare a casa l’isolamento obbligatorio.
Ora l’obiettivo è il “delay”: non fermare il virus, ma rallentarne l’avanzata verso il Sud

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