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I contagi sono da record ma Conte annuncia solo una stretta minima. Limiti a sport e convegni e palestre “minacciate”, ma i locali restano aperti fino a mezzanotte. Scontro con le regioni sulle scuole

Daniela Preziosi, Domani. «Non possiamo perdere tempo, dobbiamo mettere tutte le misure per scongiurare un nuovo lockdown generalizzato, il paese non potrebbe sostenerlo». Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si presenta alla stampa di sera, come ai tempi brutti tempi del primo lockdown, ma stavolta è in giacca e cravatta, non in look da emergenza. Ma che si preparasse a un cambio di passo lo si era capito da certi dettagli a cui a palazzo Chigi si sta particolarmente attento: come il cambio della foto del profilo Facebook del premier.

Non più il sorriso istituzionale ma un ritratto con mascherina chirurgica. I numeri, del resto, non lasciano scampo. Ieri i nuovi contagi erano 11.705 su 146.541 tamponi, 69 i morti. «Abbiamo molto investito, ma siamo consapevoli ancora di alcune criticità», ammette. Ma nel concreto la stretta resta al di sotto di quella che si augurava il ministro della salute Roberto Speranza, il più prudente di tutti. Che continua a ripetere fino alla fine: «Si tratta di intervenire adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull’essenziale».

Se il lockdown era escluso in partenza, il cosiddetto «coprifuoco» viene escluso seccamente dalle regioni: bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie resteranno aperti dalle 5 a mezzanotte, con massimo sei persone per tavolo, e fino alle ore 18 senza consumo al tavolo; resta consentita la ristorazione con consegna a domicilio e fino alla mezzanotte la ristorazione con asporto. Sport di contatto vietati, ma palestre, piscine e centri sportivi per ora restano aperti, nel rispetto «delle norme di distanziamento sociale e senza alcun assembramento», come ha chiesto il ministro Vincenzo Spadafora, sostenuto dalla collega Bellanova di Italia viva (partito che si lascia andare a esuberanze da salvatore della patria, da tenere a mente a futura memoria).

Ma la prossima settimana verranno verificate le condizioni anche di questi sport.

Anche le scuole restano aperte, come chiede senza deflettere la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina, ma qui fra la teoria e la pratica c’è un nesso più ingarbugliato: ultime tre classe delle superiori adotteranno «forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica», «incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata», con l’eventualità «di utilizzo di turni pomeridiani», e le classi non entreranno a scuola prima delle 9.

CONFRONTO DURO

Conte si presenta in conferenza stampa dopo aver riunito nel pomeriggio i capidelegazione dei partiti della maggioranza. Se il confronto della mattinata con le regioni era stato combattuto, anche quello del pomeriggio dura più di tre ore. E non fila liscio. Ci sono i ministri Roberto Speranza, Dario Franceschini, Teresa Bellanova, Alfonso Bonafede e Francesco Boccia e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. Ma le posizioni a lungo restano distanti. Innanzitutto sulla scuola. Azzolina resiste su tutto il fronte: «La scuola non deve chiudere». Pazienza se in tutta Italia le scuole aprono (e chiudono) a singhiozzo.

All’incontro della mattinata partecipano anche il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri e il capo della Protezione civile Angelo Borrelli. Le regioni si schierano compatte sulla trincea del no alle misure generalizzate. Boccia invita al dialogo: «Solo con la flessibilità e la responsabilità di tutti riusciamo a trovare soluzioni condivise», spiega.

Ma fra gli enti locali e la ministra Paola De Micheli la tensione è forte. Il punto dei trasporti è dolente, la ministra sostiene che sui «il rischio contagio è bassissimo», ma c’è «una percezione di insicurezza sulla quale intervenire».

La risposta degli enti locali è dura: «Il ministro dei Trasporti dice che non si può incrementare l’offerta del trasporto pubblico. E il ministro dell’Istruzione dice che per rimodulare gli orari e scaglionare l’ingresso e l’uscita degli studenti della scuola superiore, alleggerendo cosi’ la pressione sul trasporto pubblico, dovremmo fare incontri con qualche migliaio di dirigenti scolastici. Mentre il virus avanza, tra due settimane staremo ancora parlando di cosa fare», esplode il presidente dell’Anci e sindaco di Bari Antonio Decaro. Sindaci e regioni chiedono una disposizione del governo sugli orari delle scuole.

Fin qui la richiesta era stata rivendicata solo dal presidente veneto Luca Zaia e da quello campano Vincenzo De Luca che ha chiuso le scuole fino a fine mese, attirandosi le critiche durissima della ministra Azzolina e dello stesso premier. Adesso tutti i presidenti chiedono scaglioni di ingresso e uscita per le scuole e didattica a distanza per gli ultimi anni delle superiori. Anche l’anticipo della chiusura dei locali non deve essere, per le regioni, un coprifuoco. E il governo in serata decide che non lo sarà.

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