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Enti locali, le sforbiciate ai bilanci non finiscono mai. I Comuni e le Regioni dovranno ridurre di oltre 4,6 miliardi la spesa per prestazioni e servizi ai cittadini

Alessandro Barbera. «Non ci sono margini per nuovi tagli», dice Sergio Chiamparino. «La lotta è dura e non ci fa paura», urla Luigi De Magistris. Il consiglio regionale siciliano, approfittando del clima, boccia la riforma (si legga bene, riforma, non soppressione) che doveva trasformare le Province in «liberi consorzi».

Se dipendesse da sindaci e presidenti di Regione, i dieci miliardi che il governo promette di realizzare nel 2016 dovrebbero essere trovati altrove. Eppure la bozza del Piano nazionale delle riforme, il documento che impegnerà il governo con la Commissione europea parla chiarissimo: «Per quanto riguarda gli enti locali (Comuni, Regioni e aziende sanitarie), che rappresentano due terzi della spesa corrente al netto dei trasferimenti alle famiglie e della spesa per interessi, si proseguirà nel percorso impostato nella legge di stabilità per il 2015». La scheda cinque delle «azioni di riforma» ricorda che quest’anno le Regioni dovranno tagliare 3,5 miliardi, i Comuni altri 1,1 miliardi. Interventi «da rafforzare» con il nuovo bilancio dello Stato.

Il legno storto

Nulla di nuovo, si dirà. La spesa degli enti locali vale oltre duecento miliardi e dal 2008 in poi non c’è stato governo che non gli abbia chiesto di pagare dazio: solo negli ultimi cinque anni il taglio ha superato i 25 miliardi. Peccato che la mano sinistra dello Stato non sappia mai quel che fa la destra, e che nel frattempo sia salito in maniera abnorme il peso delle tasse locali: solo l’anno scorso quelle regionali sono salite quasi del 4 per cento, le comunali del 9. La scommessa di Renzi per quest’anno, il primo che passerà per intero a Palazzo Chigi, è tutta qui: raddrizzare un legno che sembra piegarsi sempre di più. Al di là della disputa formale con l’Europa sulla natura del bonus da ottanta euro (Eurostat lo considera maggior spesa perché non taglia le aliquote), le tasse locali sono la ragione che impedisce alla pressione fiscale di scendere. L’ultima stima del governo, a Natale, diceva che nonostante il taglio (per nulla simbolico) di quelle sul lavoro, nel 2016 salirà dal 43,5 al 44,1 per cento. L’introduzione della nuova tassa unica sulla casa sarà il terreno della sfida: il governo non può permettersi di far salire ancora il prelievo.

I tagli

Il Piano delle riforme promette tre linee di intervento: rivedere le regole del patto di stabilità interno, utilizzare costi e fabbisogni standard ad ogni livello, rendere disponibili on line gli indicatori di qualità delle singole amministrazioni. Poi c’è il capitolo partecipate: il governo promette «interventi legislativi mirati ad una ulteriore razionalizzazione e miglioramento dell’efficienza». I fatti raccontano che finora non si è visto nulla di tutto questo. Le prime bozze dell’ultima legge di Stabilità, ispirate dal rapporto Cottarelli, prevedevano la chiusura delle prime mille delle oltre ottomila partecipate senza dipendenti, poi la norma si inabissò. La storia ci dice che l’unica spesa davvero comprimibile è quella dello Stato centrale. Il governo promette una «revisione approfondita dei circa diecimila capitoli di spesa», la «riduzione delle stazioni appaltanti» e «la riorganizzazione della struttura periferica dello Stato». Di quest’ultima si parla dal 2012, ma finora nessuno è riuscito ad ottenere la chiusura di una sola prefettura.

Le tasse

Le ultime due aree in cui l’esecutivo intende intervenire potrebbero dare più soddisfazioni: la riduzione dei cosiddetti incentivi alle imprese (solo le Fs ricevono fra i 5 e i 7 miliardi a fondo perduto) e delle oltre 700 agevolazioni fiscali concesse a vario titolo. I documenti ipotizzano l’abolizione di quelle «ingiustificate» e i «duplicati». L’economista Roberto Perotti, incaricato da Renzi di occuparsene, spiega che si cercherà di concentrare gli interventi sui redditi più bassi, dunque tagliando parte di quelle oggi garantite a tutti. Fra queste – ad esempio – quelle concesse per scaricare il costo degli interessi sui mutui. Giusto o no, se il governo intervenisse su queste voci finirebbero per alimentare non la riduzione delle spese, bensì l’aumento delle tasse. Reagan diceva che gli Stati somigliano ai neonati: un canale alimentare con un grande appetito e nessun senso di responsabilità. Da dove la si prenda si finisce al punto di partenza: a meno di credere in una clemenza incondizionata dell’Europa e su un aumento del nostro già enorme debito pubblico, Renzi non ha di fronte a sé altra alternativa che far scendere la spesa.

La Stampa – 9 marzo 2015 

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