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Esodati, pensionati e statali. I dimenticati dagli spot di Renzi. Problemi insoluti che ancora attendono una risposta. Non quantificato il numero di chi è rimasto fuori dalle tutele

Abolizione dell’Imu e della tasi per tutti. È con questo slogan a forte impatto mediatico che il premier Matteo Renzi ha aperto la stagione dei lavori per la legge di Stabilità. Già prima della pausa estiva aveva annunciato l’abolizione dell’imposta sulla prima casa e ora ha rilanciato sullo stesso tema.

Il taglio alle imposte sulle abitazioni è un argomento pop, capace di scaldare le folle (Berlusconi docet) e aumentare i consensi. Ma che fine hanno fatto quegli altri problemi rimasti insoluti e che ancora attendono una risposta? Parlare di pensionati che boccheggiano, di statali che attendono il rinnovo del contratto da anni, di esodati abbandonati al loro destino, di imprese creditrici dello Stato deve essere considerato poco glamour per i maghi della comunicazione di Renzi. Così, colpo di spugna, sono stati eliminati dai discorsi e dagli annunci di fine estate. Eppure in qualche modo il governo dovrà occuparsene e trovare le risorse necessarie.

I pensionati sono rimasti esclusi dal bonus di 80 euro. Si era parlato di metterli nel circuito in un secondo momento ma poi non se ne è fatto nulla. Renzi ha accennato alla possibilità di dare l’assegno nel 2018. Chi vivrà, vedrà.

Il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, ha calcolato che l’operazione riguarda dieci milioni di pensionati per dieci miliardi l’anno. Non briciole. Per i futuri pensionati dovrebbe essere modificata la legge Fornero in un’ottica di flessibilità e con un costo per coloro che vorranno lasciare in anticipo, rispetto ai requisiti minimi, il lavoro.

Ma se dei pensionati ogni tanto qualcuno si ricorda, gli esodati sono stati dimenticati. Nessuno sa esattamente quanti sono quelli rimasti fuori dai vari provvedimenti di tutela. I numeri sono ballerini, si parla di 50 mila ex lavoratori che attendono ormai da cinque anni una soluzione. Risale a dicembre 2011 la contestata legge Fornero che partorì l’errore di lasciare migliaia di lavoratori in un limbo drammatico, senza stipendio e senza pensione. Si tratta di quei lavoratori che avevano stabilito di allontanarsi dal proprio lavoro in anticipo, dopo un accordo con i datori di lavoro e con contratti individuali o collettivi. In seguito alla riforma pensionistica, varata dal governo Monti, c’è stato un improvviso innalzamento dell’età consentita per andare in pensione che ha lasciato senza copertura chi aveva rescisso il rapporto di lavoro. Damiano spiega che la Commissione sta lavorando alla settima salvaguardia.

Altro nodo da sciogliere è il rinnovo dei contratti per i dipendenti pubblici. Il governo ha fatto sapere tramite il ministro della Funzione pubblica Marianna Madia che il tavolo della trattativa dovrebbe riaprirsi al riavvio dell’attività autunnale nell’ambito della definizione della legge di Stabilità per il 2016. Il cambio di marcia dell’Esecutivo è arrivato solo a seguito della pronuncia da parte della Consulta di considerare illegittimo il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici. Gli statali coinvolti sono 3,3 milioni con un costo che potrebbe aggirarsi intorno a 5-7 miliardi di euro. È possibile che lo sblocco non avvenga per tutti gli impiegati allo stesso tempo e che si segua una tabella che gradualmente riporti le progressioni alla normalità. Prima si partirebbe dagli stipendi più bassi e con la momentanea esclusione dei lavoratori della scuola. Una simile ipotesi, porterebbe ad una spesa per lo Stato di circa 1,6 miliardi di euro per il 2016.

I contratti degli statali, e di conseguenza gli stipendi, sono bloccati dal 2010, in base ad un provvedimento del governo Berlusconi riproposto dai successivi governi Monti, Letta e Renzi, che ha consentito un risparmio per le casse dello Stato di 35 miliardi di euro.

C’è poi la questione dei crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione. Secondo un bilancio a febbraio scorso l’Amministrazione centrale ha pagato 5,7 miliardi sui 7 totali stanziati; le Regioni 21,6 su 33 miliardi; Province e Comuni 9 su 16,1 miliardi. I settori che scontano maggiormente questo colpevolissimo ritardo sono quelli della sanità e dell’edilizia: l’associazione nazionale dei costruttori (Ance) ha parlato di 10 miliardi di debiti ancora da pagare alle imprese del settore. Renzi ha fatto passi in avanti ma non ancora risolutivi.

Laura Della Pasqua – Il Tempo – 29 agosto 2015 

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