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Esuberi, rabbia dei ministeriali: «Tagliano noi e non le armi»

«La spending review ha tagliato noi e non le armi. Bastava rinunciare a un F35, uno soltanto, e ci potevano tenere tutti quanti. Siamo indignati, qualcuno finirà di sicuro senza stipendio e senza pensione. Si accaniscono contro di noi e non lo meritiamo».

Quando parla di «noi» Franco, impiegato di seconda fascia, intende i dipendenti civili del ministero della Difesa. «Sì, perché l’intenzione è chiara: vogliono sostituirci con i militari. Non è mobbing, ma quasi». Prima i tagli allo stipendio subiti negli ultimi anni, «seicento euro l’anno», adesso il posto che vacilla e chi l’avrebbe mai immaginato di sentirsi un ministeriale in bilico.

Con i tagli alla Difesa i civili da 33 mila diventeranno 29.700, il che vuol dire 3.300 dipendenti in uscita. «Questa fase non è particolarmente preoccupante, con i prepensionamenti si dovrebbe arrivare a quella cifra», spiega Francesco Quartu, della Cgil Difesa. «Il problema si pone con la revisione dello strumento militare, ossia la ristrutturazione delle forze armate, che prevede di portare i civili a ventimila. Allora penso che ci sarà davvero un serio rischio di mobilità. Ma vediamo cosa deciderà il prossimo governo». In attesa di qualche certezza in più, «c’è gente nel panico», ammette un altro impiegato del ministero della Difesa.

L’ISTRUZIONE
Una rivoluzione è attesa anche al ministero dell’Istruzione: riordino degli uffici centrali, riorganizzazione di quelli territoriali e accorpamenti. «Ma non sappiamo né come nè quando avverrà, quindi un poco di preoccupazione c’è. Siamo in stand by, aspettiamo che ci comunichino qualcosa». Chi lavora al ministero di viale Trastevere è come sospeso. «Ma nonostante i tagli siamo ancora sotto di ottocento, mille posti in organico», spiega un dipendente sindacalista. «Anche nella dirigenza ci sono gravissime carenze, quasi del 50%, e alcuni uffici periferici hanno difficoltà a pagare le pulizie o a far funzionare le stampanti. Con la spending review è il sistema che rischia di entrare in crisi». Incertezza anche al ministero dei Beni culturali. Da 21.132 posti in organico si deve infatti passare ai 18.943.

BENI CULTURALI
«Ci sono eccedenze ai livelli più bassi – spiega Roberto Fasoli, coordinatore regionale dei Beni culturali Lazio della Funzione pubblica Cgil. «In pochi anni tanti andranno in pensione, l’età media è alta.
Purtroppo si perderà un potenziale di conoscenze che non verrà sostituito».

Tremano all’Inps, con la prospettiva di 3.300 persone da mandar via. E’ preoccupato chi sarà costretto al pre-pensionamento, suo malgrado, e chi resta perché il carico di lavoro raddoppierà. Già oggi ogni dipendente si occupa di 1.800 cittadini, il rapporto più alto d’Europa.

Il Messaggero – 26 gennaio 2013

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