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Etichetta “privo di GM” approvata in Usa

Il Dipartimento dell’Agricoltura USA (USDA) ha approvato un messaggio volontario di comunicazione al consumatore (a tutti gli effetti un “claim”) per indicare la dieta “non OGM” di capi di bestiame (trattasi per lo più di mais, soia, medica non GM).

Il claim sarà applicabile sulla base del  “the Non-GMO Project”, e dovrà contare sulla certificazione di parte terza con sistema di controlli e ispezioni. Le informazioni fornite dovranno essere veritiere, precise e non fuorvianti. Lo scorso autunno, proprio il Dipartimento U.S.D.A.’s Food Safety Inspection Service aveva negato la possibilità ad un privato, in ragione della mancanza di una legislazione federale in tal senso. Ora la carenza è stata colmata, e i produttori potranno avvalersi di tale marchio.

La notizia, ripresa dal The New York Times, segnala come ad oggi negli USA sia in atto una vera e propria lotta di democrazia tra interessi pubblici della cittadinanza (“il diritto di sapere”) e interessi privati delle corporations agrofood. In ben 24 Stati americani infatti sta prendendo piede il tentativo, fieramente osteggiato dalle multinazionali- di dare vita ad una etichettatura trasparente sulla presenza di GM.

Le battaglie

Ovviamente, un claim “positivo” (“non contiene GM”) è già qualcosa, ma è volontario. Diverso il discorso del “contiene materiale GM”, che imporrebbe ad ogni produttore di indicare obbligatoriamente la presenza di sequenze genetiche modificate. Proprio negli USA alcune delle recenti battaglie per avere questo secondo standard, più stringente e valido per tutti i produttori, sono state al centro di un forte interessamento mediatico. Stiamo parlando di quello dello stato della California (“proposizione 37”) e di Washington (“Iniziativa 522”), quest’ultima con i risultati del referendum popolare attesi per il prossimo autunno

Ma le battaglie hanno preso piede anche sul terreno del business. Se Wal Mart ha fatto un accordo con Monsanto per vendere mais GM, ma senza etichettarlo (nascondendolo quindi ai consumatori) Whole Foods- brand del biologico per eccellenza- ha invece promesso che entro il 2018 tutti i propri prodotti avranno una indicazione chiara della presenza (o più facilmente della assenza, dato il target dei consumatori “consapevoli”) di materiale GM. E’un peccato che la linea di confine sia ancora una volta la “disponibilità economica” dei cittadini: quelli che vanno da Wal Mart alla ricerca del basso costo, in pratica, hanno “meno diritti” alla consapevolezza dei più danarosi acquirenti di Whole Foods.

La maggioranza dei cittadini USA (dal 75% al 93%) vuole etichettatura su OGM. Se è importante la mossa dell’USDA, bisogna ricordare che le cose possono essere certamente migliorate. Un esempio viene dal Vecchio Continente

In Europa

La normativa sugli OGM in Europa  è di particolare garanzia per il consumatore e la sua scelta. Non solo in base al Reg. 1829/2003 gli alimenti contenenti OGM devono essere indicati di conseguenza (“contiene materiale geneticamente modificato, o “Contiene OGM”), in via obbligatoria. Ma chi intende fare biologico, non può usare GM (Reg. (CE) 834/2007), in quanto i prodotti bio sono considerati incompatibili a tutti gli effetti con gli OGM. Così pure, chi intenda allevare animali con un percorso alimentare senza OGM, lo può fare, provveduto di non superare determinate soglie analitiche.

Circa l’alimentazione animale di allevamento, ad esempio, il concetto “OGM free” (“privo di OGM”) è più difficilmente utilizzabile nell’etichettatura volontaria, in quanto bisogna dimostrare analiticamente (cosa piuttosto onerosa) di essere al di sotto della rilevabilità strumentale (< 0,1%). Per contro, l’espressione “Non OGM” trova più facile applicazione, dal momento che basta escludere la presenza accidentale di GM (con soglia non oltre lo0,9%).

I produttori, tramite le proprie organizzazioni, devono preparare disciplinari per garantire: la rintracciabilità dei mangimi, i metodi di analisi ufficiali, nonché di campionamento, le percentuali di tolleranza e altri aspetti metodologici.

Sicurezza-Alimentare – Coldiretti – 24 giugno 2013 

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