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Fanghi tossici come fertilizzante per i campi: “Chissà il bambino che mangia questo mais”. In un anno e mezzo sversate 150 mila tonnellate, contaminati 3mila ettari di Pianura padana

La Stampa. «Sono un mentitore. A un piemontese ho raccontato che personalizziamo la ricetta del correttivo in base al pH del terreno. Io finisco all’inferno». E giù una bella risata. «A Sizzano…bei posti che hanno…sono veramente belli, proprio paesisticamente (sigh). Andiamo proprio a rovinarli con i gessi». Altra risata. «Io sono stato un delinquente. Chissà il bambino che mangia la pannocchia di questo mais cresciuto sui fanghi». E, almeno qui, non ride nessuno.
Per avere un’idea di cosa sia la «terra dei fanghi» tutta padana descritta nell’ordinanza firmata dal gip di Brescia Elena Stefana basta scorrere le telefonate del geologo Antonio Carucci, addetto alle vendite della «Wte srl», intercettato dai carabinieri forestali guidati dal comandante Pier Edoardo Mulattiero. Nelle parole del geologo c’è già una sintesi del sistema di smaltimento illecito dei rifiuti che, tra l’inizio del 2018 e il maggio del 2019, avrebbe fruttato guadagni per 12 milioni di euro e inquinato tremila ettari di terreni agricoli da Vercelli a Verona, insozzando con 150 mila tonnellate di concimi contaminati anche il Novarese il Piacentino e le province lombarde. Sono quattordici le persone indagate insieme a Giuseppe Giustacchini, amministratore delegato e direttore tecnico della Wte. Fra queste, oltre a dipendenti e collaboratori della Wte, c’è Luigi Mille, direttore generale dell’Aipo (l’autorità interregionale per il fiume Po) che è accusato di influenze illecite: avrebbe fatto da mediatore fra Giustacchini e alcuni rappresentanti istituzionali. Il gip ha respinto le 8 misure cautelari chieste dalla procura.
Il sistema ruotava intorno ai tre impianti bresciani di Calvisano, Calcinato e Quinzano d’Oglio, oggi sotto sequestro: i fanghi, provenienti da depuratori pubblici e privati, dopo un «sommario trattamento di recupero…quali elettroliti derivanti da batterie esauste e acido solforico esausto», venivano fatti uscire come «gessi di defecazione da fanghi» creando ad hoc dei campioni utili a passare i controlli. In realtà la «pappa», come la chiamavano in gergo gli addetti della Wte, non rispettava i parametri di legge perché conteneva dosi eccessive di metalli pesanti e inquinanti di ogni tipo. La lista è lunga: stagno, idrocarburi, toluene, fenolo, solfati, floruri, cianuri, nichel, rame, selenio, arsenico. A questo punto i Tir e gli spargiletame partivano verso i campi degli ignari agricoltori che accettavano di «concimare» i loro terreni con i fanghi pagando cifre irrisorie oppure in cambio di denaro o di alcuni lavori. «Gli ho detto che è solo roba di scarti di lavorazione di frutta, verdura, tutte ché le bale le go dit (tutte quelle balle gli ho detto, ndr) – racconta un altro indagato – Te l’ho béle entortàt, so ok? (te l’ho già intortato, ndr). Gli ho detto che gli fai l’aratura».
È nel rapporto con i «clienti» che gli attori di questa economia circolare criminale in cui le uniche unità di misura sembrano essere i piò (gli appezzamenti da 3.200 metri quadrati in dialetto bresciano) da riempire e gli sghèi che se ne ricavano, mostrano il loro volto più inquietante. Gli investigatori scrivono che «approfittano di circostanze di minorata difesa quali l’età avanzata, lo scarso livello culturale o le difficoltà psichiche delle persone a cui si rivolgevano». Cristian Franzoni, ad esempio, uno degli autisti del gruppo, parlando di due agricoltori da convincere, non ha problemi a puntare sull’anello debole: «C’è suo cugino, quello che mangia le nutrie; pur di risparmiare farebbe di tutto. Teniamocelo buono». —

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