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Fast food. Burger King apre 300 ristoranti in cinque anni. La multinazionale prevede investimenti in Italia per 340 milioni e diecimila assunzioni

Primo tagliando per Burger King Restaurants Italia. Dopo un anno di attività con il cappello di Burger King See il bilancio è positivo. Lo sfidante numero uno di McDonald’s ha aperto l’anno scorso 23 ristoranti e quest’anno ne ha in agenda 30-35 (per due terzi a gestione diretta). Qualche giorno fa è stato inaugurato quello di Pogliano Milanese (di fronte a un Roadhouse, proprietà del fornitore Cremonini) con un format innovativo, molto curato negli arredi, che diverrà il punto di riferimento anche per le successive aperture: Ascoli Piceno, Caravaggio, Rovigo, Piacenza, Roma.

Oggi Burger King gestisce 143 ristoranti (di cui 23 il franchisee Autogrill) e conferma il programma di crescita annunciato l’anno scorso in occasione dell’apertura del ristorante pavese di San Martino Siccomario: aprirne oltre 300 per arrivare a 500 ristoranti entro il 2020. Per arrivare a regime serviranno altri 10mila addetti e l’investimento sarà di 300-340 milioni, di cui una parte a carico dei negozi in franchising da aprire al Sud.

Il brand Burger King è di proprietà di Restaurant Brands International (quotata alla Borsa di New York), una delle più grandi aziende del mondo della ristorazione con circa 23 miliardi di dollari di vendite e 18mila ristoranti in 100 paesi. Fino a un anno fa Burger King cresceva lentamente in alcuni Paesi europei, ma poi il gigante americano ha trovato il veicolo finanziario giusto per fare il salto di qualità: si tratta della società belga Burger King See in cui un fondo d’investimento ha la maggioranza e controlla Burger King restaurants Italia. «Dal 2018 andremo a regime – annuncia Massimo Barbieri, operations e franchising director di Burger King Italia – e apriremo 40 ristoranti l’anno. Il prossimo settembre ne apriremo uno a Roma, il più a Sud della nostra rete commerciale a gestiore diretta. Al Sud punteremo sul franchising».

Oggi la catena americana utilizza per l’80% prodotti della filiera italiana: la carne e il bacon (sono forniti da Cremonini), i panini, la frutta e verdura (mercati locali) e i dolci (da Perugina). «Fino a ieri lasciavamo libertà di scelta al gestore per birra e caffè – dice Barbieri – ma oggi la birra è la Poretti Carlsberg per tutti i ristoranti mentre per il caffè abbiamo Lavazza in test. Decideremo alla fine».

L’Italia patria del food gourmet sta diventando anche terreno di scontro del pasto informale. McDonald’s, dopo la fase della crisi negli Usa, ha deciso di portare i ristoranti da 532 a 800 entro il 2020; l’americana del pollo fritto Kentucky fried Chicken è sbarcata in Italia l’anno scorso; nel Varesotto la catena a stelle e strisce Foddruckers, quella del fast food di lusso, ha aperto in punta di piedi due ristoranti; le catene italiane Roadhouse grill e Old wild west (pur con le loro particolarità e con il servizio al tavolo) aprono nuovi negozi al ritmo di 15-20 l’anno. E Roadhouse ha doppiato la boa degli 80 ristoranti e dei 100 milioni di ricavi mentre Domino’s Pizza ha iniziato a operare in punta di piedi.

Emanuele Scarci – Il Sole 24 Ore – 31 maggio 2016

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