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Fed: stop a strumenti d’emergenza. “La variante Delta è un’incognita”. Il presidente Powell apre a una revisione di politica monetaria ma l ’economia cinese e l’evoluzione del virus invitano alla prudenza

Repubblica. Si avvicina il momento in cui la Fed ridurrà gli acquisti di bond sul mercato, il preludio ad un aumento dei tassi che alcuni vorrebbero già avviare alla fine dell’anno prossimo. Lo ha fatto intuire ieri il governatore Jerome Powell: «Stiamo riponendo gli strumenti di emergenza attivati per contrastare l’impatto della pandemia. Ma la variante Delta, con effetti economici la cui portata è ancora difficile da valutare, imporrà di osservare con attenzione gli sviluppi economici».
Gli ultimi dati indicano un rallentamento della spesa dei consumatori americani, ma non troppo. Più marcata è la frenata della crescita cinese. Il 2021 potrebbe chiudere con un sorpasso degli Stati Uniti sulla grande rivale, in quanto ad aumento del Pil. E questo quadro conforta la Fed. Le vendite al dettaglio negli Stati Uniti a luglio sono scese dell’1,1% rispetto a giugno, una battuta d’arresto significativa rispetto ai mesi precedenti segnati da una vivace ripresa. Se si tolgono le vendite di automobili – penalizzate dalla penuria di semiconduttori che crea strozzature produttive – il calo delle vendite al dettaglio è meno marcato, pari a –0,4% rispetto a giugno. Alcuni analisti hanno voluto vedere nel rallentamento dei consumi un effetto della variante Delta, che ha costretto a reintrodurre alcune restrizioni (seppur limitate). Questo però non si concilia con l’aumento delle spese nei ristoranti, che hanno continuato a crescere anche a luglio (+1,7%). Una causa forse più plausibile della battuta d’arresto è l’esaurirsi dei generosi sussidi alle famiglie che avevano alimentato il reddito disponibile e così avevano contribuito all’aumento dei consumi nel secondo trimestre dell’anno (+11,8%). Comunque le vendite al dettaglio rimangono ben al di sopra dei livelli pre-pandemia. A luglio il totale delle vendite ha raggiunto 92 miliardi di dollari, il 17,5% in più rispetto al febbraio 2020, l’ultimo mese prima dei lockdown. Buono anche l’andamento del settore manifatturiero la cui produzione è aumentata dell’1,7% a luglio. Tra i settori in ritirata invece ci sono i viaggi aerei e le crociere, questi sì probabilmente penalizzati dalla variante Delta.
Ma le cose vanno peggio in Cina, dove la frenata della crescita è stata superiore alle previsioni. Le vendite al dettaglio e la produzione industriale cinese rallentano a luglio: rispettivamente +8,5% (contro +12,1% a giugno) e +6,4% (contro il +8,3% nel mese precedente). I riflessi di questo indebolimento si vedono a cascata su molti mercati delle materie prime, dal petrolio al rame, costretti a scontare un minore aumento della domanda cinese. Di qui nascono le previsioni sul possibile sorpasso Usa-Cina in termini di velocità della crescita. Già nel secondo trimestre di quest’anno l’economia americana era passata in testa con un aumento del Pil del 12,2% contro il 7,9% di Pechino. Una delle spiegazioni sta nella sfasatura temporale: Pechino non aveva avuto neppure due trimestri consecutivi di declino nel 2020, dunque aveva evitato una recessione, mentre l’America ha recuperato nella prima metà del 2021 ciò che aveva perso l’anno prima. Un’altra spiegazione sta nel divario di risposta di fronte alla variante Delta: gli Usa possono contare sul 70% di popolazione immunizzata con vaccini ad alta efficacia mentre Pechino deve ricorrere a nuovi lockdown, sia pure circoscritti.
Il quadro giustifica l’ottimismo della Federal Reserve. Se la ripresa americana continua, l’orientamento della banca centrale è di iniziare a ridimensionare i suoi acquisti di bond che attualmente procedono al ritmo di 80 miliardi di dollari al mese per i buoni del Tesoro e 40 miliardi per i titoli legati ai mutui. Gli acquisti potrebbero calare fra tre mesi, progressivamente fino a scomparire del tutto. Una volta finiti gli acquisti, scatterebbe l’altra svolta nella politica monetaria americana e cioè un aumento dei tassi d’interesse direttivi, attualmente schiacciati a zero. Una maggioranza dei membri del board della Fed prevedono d’iniziare il rialzo del costo del denaro alla fine del 2023. Una cospicua minoranza vorrebbe anticipare i rialzi dei tassi alla fine del 2022. Wall Street ha mostrato di temere più il rallentamento delle vendite al dettaglio, che non i futuri cambiamenti della politica monetaria. È il dato immediato ad aver focalizzato l’attenzione dei mercati, preoccupati che anche la crescita economica americana possa perdere un pò del suo vigore. Ma lo scenario potrebbe cambiare quando partirà la manovra di investimenti pubblici in infrastrutture.

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