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Focolaio all’Aia, nessun rischio dalla carne di pollo. Il contagio è dovuto alle condizioni particolari di lavoro tra vicinanza e basse temperature

Repubblica. Un focolaio di contagi da Coronavirus tra i lavoratori dello stabilimento agroalimentare dell’Aia Agricola Tre Valli di Vazzola: 182 positivi su 560 test eseguiti, 700 in tutto gli addetti (alcuni di loro ancora in ferie). Non è la prima volta che in un’industria di lavorazione alimentare si diffonde il coronavirus – a  giugno sono stati più di mille i contagiati in un impianto di macellazione in Germania – ma quando accade fa sempre paura perché scatena dubbi e timori riguardo la sicurezza del prodotto che dagli stabilimenti uscirà e poi verrà venduto al consumatore.

“La fonte del contagio non può essere la carne – tranquillizza Maurizio Ferri, veterinario ufficiale dell’Asl di Pescara e coordinatore scientifico della Società italiana di medicina veterinaria preventiva – non si tratta di un passaggio del virus dalla carne all’uomo, ma tra persone che condividono inevitabilmente spazi stretti e particolari condizioni di lavoro”. Nonostante la sanificazione dei locali, l’organizzazione dei turni di lavoro per ridurre i contatti tra il personale e gli strumenti di protezione individuale, tutte misure preventive che i dottori Allegri e Pinna dell’Aia Agricola hanno confermato di aver preso fin dall’inizio dell’emergenza Covid, in questi ambienti di lavoro ci possono essere infatti situazioni che favoriscono la diffusione di un contagio. “Oltre agli spazi, in questi stabilimenti c’è spesso tanto rumore e gli operai sono costretti a parlare ad alta voce o urlare per farsi sentire. Se anche per sbaglio una persona ha la mascherina posizionata male può rilasciare nell’ambiente molte goccioline di aerosol. Un ambiente per di più molto condizionato, perché le temperature vanno mantenute basse, circa a 12 gradi. Si tratta di una condizione climatica che può favorire la diffusione del contagio nel caso ci siano operai asintomatici”, spiega l’esperto.
Se la carne non è la fonte del contagio, ci si chiede se possa diventarne veicolo nel momento in cui viene maneggiata da addetti al lavoro potenzialmente infetti. “Ad oggi non esistono focolai certificati legati al consumo di carni e veicolati dalla carne”, ricorda Ferri. E in aiuto arriva anche un rapporto dell’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, che sottolinea come sulla base dei dati raccolti fino ad oggi non sia possibile ipotizzare una trasmissione del virus attraverso la consumazione di un alimento.

In più, aggiunge Maria Caramelli, che è responsabile della struttura complessa di Neuroscienze dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale di Torino, “sono stati condotti degli studi e per ora sappiamo che i polli non sono animali che possono essere contagiati dal coronavirus. Possono esserlo gatti, furetti, visoni, ma non i polli”. C’è anche un discorso di filiera: “Se una persona infetta starnutisce su un prodotto alimentare già pronto al consumo, sapendo che questo virus può resistere sulle superfici per qualche tempo, esso può diventare potenzialmente veicolo del virus. Ma in questo caso specifico stiamo parlando di carne ancora molto distante dal consumatore e dal consumo, che tra l’altro – dato che si parla di pollo – presuppone una cottura obbligatoria. E la cottura allontana ogni rischio di contagio, sia da batteri che da virus”, ricorda Caramelli.

Dopo un vertice alla prefettura di Treviso sui contagi, non si è optato per la chiusura dello stabilimento, che comporterebbe l’abbattimento di circa 1,5 milioni di polli (e ripercussioni sul fronte igienico sanitario a causa del difficile smaltimento) ma per un ridimensionamento della produzione, che è stata ridotta del 50%. Tuttavia il direttore generale dell’Ulss 2 Francesco Benazzi, “ha assicurato che l’azienda Ulss 2 – si legge nella nota della prefettura – continuerà lo screening con l’effettuazione di tamponi su tutto il personale con cadenza settimanale, usufruendo fin dalla prossima settimana dei tamponi rapidi a risposta immediata, recentemente validati dall’Istituto Superiore della Sanità”.

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