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Fornero traccia la rotta della riforma. «Servono soluzioni condivise ma sui licenziamenti sarò radicale»

1a1a15_a20120123_marioeelsadi Claudio Tito. «L’articolo 18? Mi fermerò dove me lo chiede Monti». Elsa Fornero sa che la riforma del lavoro sta lentamente diventando la principale sfida del governo. Da affrontare e risolvere rapidamente. Sa che la questione dell’articolo 18 non può essere discussa come una semplice questione tecnica. E che il suo progetto dovrà essere un mix equilibrato di coraggio e prudenza: con «soluzioni condivise». Con qualche aspetto «più radicale» rispetto alla possibilità di licenziare entro i tre anni, ma senza ricorrere a tutti i costi al «contratto unico». Concetti che ha ripetuto costantemente nelle riunioni con il suo staffe con Mario Monti. E anche nell’incontro di ieri a Palazzo Chigi.

No al “la” prima del nome. “Torino, 15 gennaio, presentazione di un libro. Elsa Fornero dice di non apprezzare che la si chiami “la” Fornero. L’articolo, prima del cognome, è maschilista obiettivo: non trasformarsi in un «detonatore» di polemiche e di scontri senza fine. Un esito che, al di là del merito dei provvedimento, avrebbe bloccato sul nascere qualsiasi tentativo di raggiungere un’intesa. Non a caso il ministro del Lavoro ha preparato l’avvio della trattativa ufficiale con le parti sociali mettendo a punto uno schema che non prevede bilateralmente “tabù” o “pregiudizi”. Ha incontrato i principali giuslavoristi raccogliendo idee e spunti. Ha visto professori come Boeri e Garibaldi o tecnici prestati alla politica come Ichino, Damiano e Cazzola. E a tutti ha ripetuto: «Io sono autonoma e indipendente, non mi faccio influenzare da nessuno. Solo dal presidente del consiglio».

Un modo per chiarire che gli spunti circolati negli ultimi giorni non possono essere definitivi. Anzi, Fornero è alla ricerca di una strada originale. In grado di contemperare diverse esigenze. Con tutti i suoi interlocutori ha ammesso che il «tema è delicato» ma anche che la ristrutturazione del mercato lavoristico costituisce un «vincolo inevitabile». Ieri lo ha confermato ai rappresentanti delle forze sociali e soprattutto lo ha concordato i l capo del governo. Quando, con i colleghi ministri e gli esponenti del sindacato, ha fatto riferimento all’articolo 18, ha cercato di evitare le barricate. «Bisogna costruire soluzioni condivise», ripetedagiorni anche se non nasconde con il vicemi ni stro e con gli uomini di Palazzo Chigi, che la sua idea è più decisa rispetto ad alcuni schemi ipotizzati: «La licenziabilità entro tre anni? Se possibile io sarò più radicale». Se possibile, appunto. Perché non ha alcuna intenzione di forzare la natura della coalizione che sostiene l’esecutivo: «Se il presidente Monti mi dice fermati, io mi fermo». Stesso discorso per l’articolo 18. L’obiettivo è «fare il possibile» cercando il massimo della mediazione. Sapendo che a «Bruxelles ci chiedono provvedimenti più netti» e nello stesso tempo avendola consapevolezza che non si può andare a sbattere su uno «scoglio come il comandante Schettino». Certo, il terreno che il governo percorrere resta friabile. Il Professore sa bene che un passo falso su questa materia non sarebbe facilmente assorbibile. Non si tratta solo di ritornare al modello della “concertazione” che al premier piace dawero poco (sebbene ieri è stata accoltala richiesta del segretario Cisl Bonanni di ridurre da cinque a quattro i tavoli tematici del confronto). Ma di non aprire una stagione di conflitto sociale più acuto e di non compromettere i rapporti con uno dei puntelli più saldi della maggioranza: il Partito Democratico. Il testo utilizzato ieri da Fornero, infatti, aveva un solo obiettivo: evitare incidenti. Avere un canovaccio per schivare tutte le potenziali incomprensioni. Poche cartelle stampate in sole tre copie: una per lei, una per Monti e una per Passera (che l’ha restituita alla fine dell’incontro). «Un buon testo», l’ha definito il ministro dello Sviluppo economico sbagliando per la seconda volta il nome della “collega”: «Cara Emma».

Nella definizione di una soluzione, però, il fattore-tempo non è secondario. Il premier ne è conscio. Non a caso lo strumento per approvare la riforma non sarà un ordinario disegno di legge: «uscirebbe massacrato dall’esame in Parlamento». E questo nessuno se lo può permettere, nemmeno il Professore che proprio in queste ore è volato all’Eurogruppo di Bruxelles anche per poter confermare all’Unione che l’Italia – dopo la riforma previdenziale e i due decreti “Salva-Italia e “Cresci-Italia” – ha avviato anche la revisione del mercato del lavoro. Un nodo rimarcato con decisione pure nella famigerata lettera della Bce al governo italiano. Per questo l’esecutivo vuole una legge delega «da varare entro marzo». Per stringere i tempi e applicare le nuove misure già in estate. Del resto, Monti ha fatto della credibilità europea un elemento fondante della sua azione. Anche per questo, insieme alla Fornero, si è opposto alle pesanti correzioni che alla Camera erano state proposte proprio sulle pensioni. A cominciare dal rinvio al 2013.

«E poi – è stato il ragionamento del presidente del consiglio e del ministro del Lavoro – come lo spiego a Fillon che si era mostrato sorpreso della rapidità delle n oltre decisioni, che era tutto finto e che tutto slitta al prossimo anno?». Accelerare, dunque, fare presto. Ma senza spaccare i sindacati. «Non ho mai avuto la tentazione di dividerli – ha confidato Fornero ad alcuni parlamentari – Perché dovrei andare avanti senza la Cgil? Io ascolto tutti e poi si decide». E la parola d’ordine, scandita anche ieri durante al tavolo del confronto con Cgil Cisl Uil e Confindustria, «questo governo tecnico c’è per fare delle cose. Dobbiamo fare riforme che servono al Paese. Siamo qui per questo».

Repubblica – 24 gennaio 2012

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