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Francia. Viaggio nei campi travolti dalla crisi e dal progresso di chimica e robot: “A Parigi ci hanno dimenticato. Eravamo potenza contadina ma oggi non votiamo più”

«Prego, scusate la semplicità, ho investito più per le mucche che per me stesso”. Dominique Pipet ci accoglie nella sua fattoria in mezzo ai campi. Piove come se non ci fosse un domani sul villaggio di Charroux, cinquanta di chilometri da Poitiers. L’agricoltore stappa una bottiglia di mosto di Cognac. «Contadino, ci tengo a essere chiamato così» precisa, rivendicando la fierezza per il suo mestiere. «Scrivete pure: contadino fino alla morte».

La prima potenza agricola d’Europa ha i piedi d’argilla, come la terra bagnata su cui cammina Pipet, allevatore da quarant’anni. Il modello produttivo che ha fatto grande la Francia è entrato in crisi. «La corsa al gigantismo ci ha ucciso» racconta Pipet. Il sessantenne è arrivato qualche settimana fa con una cinquantina di colleghi al Salone dell’Agricoltura di Parigi per denunciare il «genocidio» della sua categoria. «Utilizzo questo termine – spiega – perché siamo vittime di uno stermino programmato a tavolino». Non è la prima volta che Pipet organizza azioni di protesta. Gli amici l’hanno soprannominato “José Bové” per i lunghi baffi in comune con il militante no global. Quando sfila porta sempre con sé una forca, simbolo della “jacquerie”, la rivolta dei contadini nel Medioevo.

Era già salito nella capitale l’anno scorso per manifestare sotto all’Arco di Trionfo in memoria del “contadino ignoto”, ovvero tutti i «caduti senza nome di una guerra economica invisibile ». Pipet ha contato 732 suicidi tra colleghi l’anno scorso, un numero triplicato anche se le cause dei decessi possono variare, non esiste una statistica ufficiale. Di certo, i segnali di un malessere profondo sono in aumento. Le chiamate al numero verde Agri’Ecoute sono raddoppiate. I redditi invece sono in picchiata: un terzo degli agricoltori guadagna appena 350 euro al mese. La riforma della politica agricola comune (Pac), che per decenni ha sovvenzionato la Francia, ha pesato. «Non era un toccasana» ricorda Pipet, alludendo ai tanti effetti perversi del programma Ue. «Ma era un palliativo».

Figlio di contadini senza terra, Pipet è riuscito a ricomprare piccoli appezzamenti per il pascolo. «Noi allevatori abbiamo un legame viscerale con il nostro bestiame» racconta Pipet mostrandoci la sua stalla, cento mucche da riproduzione di razza limousine dal bel manto rossiccio. I vitelli sono nati pochi mesi fa. Entro l’inverno andranno nel Nord Italia dove si occuperanno di metterli all’ingrasso fino al momento del macello. Pipet è andato una volta a vedere i colleghi della Pianura padana. «E ho visitato Venezia». Lo sguardo s’illumina. Una delle poche vacanze della sua vita. Oggi non potrebbe più permettersi questo lusso. Su un mobile s’intravedono le foto della figlia adolescente. Parla con pudore dei problemi economici che hanno portato alle tensioni in famiglia, al divorzio, alla decisione della moglie di trasferirsi con la bambina in un’altra regione. «Sono i danni collaterali del nostro mestiere».

Attraversato un bosco, in fondo a una strada sterrata, Pipet ci mostra la stalla vuota di un amico, divorziato e solo come lui. I genitori erano fornitori del gruppo Lactalis. Quando sono subentrati i figli, hanno deciso di fare investimenti per allargare la produzione. Le cose non sono andate come speravano. Il silos nuovo di zecca è rimasto vuoto perché all’improvviso la speculazione sui cereali ha fatto raddoppiare i prezzi. Intanto, Lactalis ha abbassato le tariffe. Alla fine hanno dovuto chiudere, strozzati dai debiti. Il sociologo Pierre Bitoun ha analizzato il fenomeno nel saggio Le sacrifice des paysans.

«Molti agricoltori – spiega hanno creduto che salendo sul treno del Progresso, passando all’agricoltura chimica, investendo nei trattori, nei robot, sarebbero stati sempre meglio. È esattamente il contrario di ciò che è avvenuto». Il modello industriale, controllato da pochi gruppi e che pesa 160 miliardi di euro sul Pil, esclude i piccoli produttori. «Agro-business» dice Pipet con tono spregiativo. Il sacrificio dei contadini di cui parla Bitoun tocca il cuore dell’identità francese. «Anche se oggi sono un numero sempre più ridotto, meno del 3 per cento della popolazione attiva – osserva il sociologo – mantengono un’importanza simbolica nell’immaginario nazionale».

Le zone rurali sono state a lungo appannaggio della destra. Jacques Chirac è stato il presidente più amato dagli agricoltori. Oggi prevale la disillusione, quasi metà non voterà alle prossime presidenziali. «L’ultima volta ho messo una fetta di salame nell’urna» ricorda Pipet. Tra quelli che andranno, invece, un terzo è pronto a votare per il Front National. Marine Le Pen promette di mettere dazi sulle importazioni, di creare una “Pac francese”. «È soltanto l’ennesimo blablabla» commenta Pipet che ci porta a pranzo con altri contadini della zona. Ha fatto riaprire la cucina dell’unico bistrot di Charroux, duemila abitanti. «Non ci capita spesso di avere giornalisti ospiti, nessuno si interessa mai a noi» osserva malinconico Guillaume Poinot, occhi azzurri sfuggenti, corpo robusto nella camicia a quadri. Quindici anni fa ha abbandonato il lavoro in fabbrica per organizzare un allevamento ovino.

La regione di Poitiers è una delle più note per i formaggi di capra. Ma negli ultimi anni è arrivata la concorrenza della Spagna e dei Paesi Bassi che mandano sul mercato latte a metà prezzo. Un allevatore su quattro ha dovuto chiudere. «Io sono in amministrazione controllata» aggiunge Poinot. I sindacati, continua, propongono aiuti per liquidare l’azienda. «Piuttosto che mettere le mie capre su un camion le uccido» conclude. Vincent Colombel annuisce. «Quando spariscono i contadini, vanno via i negozi, le scuole, le case cadono a pezzi, l’intera società scompare» racconta questo produttore di legumi e cereali, 165 ettari di coltivazione biologica. In teoria, Colombel avrebbe diritto ad agevolazioni dall’Europa. In pratica, è dal 2015 che aspetta i 45mila euro promessi. Tanti come lui sono in attesa di ricevere fondi pubblici. E intanto sono costretti a indebitarsi, pagare costosi interessi sui prestiti. A parziale consolazione c’è il ritorno dei giovani nelle campagne. Il numero di nuove aziende sale, un agricoltore su due ha meno di quarant’anni. (…)

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19 marzo 2017

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