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François Hollande «chiude» al Ttip. Il presidente francese dice «no a un sistema di libero scambio non regolamentato» e chiede garanzie sociali e ambientali

L’ombra del fallimento si allunga sempre più sul Ttip, il Trattato transatlantico di abbattimento delle frontiere commerciali, di liberalizzazione degli scambi e di apertura dei rispettivi mercati che Europa e Stati Uniti stanno negoziando dalla metà del 2013. E che secondo uno studio del Centre for economic policy research di Londra potrebbe consentire un incremento di ricavi annui pari a 120 miliardi di dollari per le imprese europee e di 95 miliardi per quelle americane.

In un contesto di crescente diffidenza da parte delle opinioni pubbliche (secondo un sondaggio della fondazione tedesca Bertelsmann il consenso sul Ttip è passato dal 55% al 17% in Germania e dal 53% al 15% negli States), a mettersi di traverso – ufficialmente e nettamente – è soprattutto la Francia. In un crescendo di prese di posizione.

Già a metà aprile il presidente François Hollande aveva espresso tutte le sue perplessità: «Parigi ha fissato le proprie condizioni. Se non ci sarà una totale reciprocità, se non ci sarà sufficiente trasparenza, se ci sarà un pericolo per gli agricoltori, se gli europei non avranno libero accesso alle gare pubbliche mentre gli Stati Uniti potranno avere accesso a tutto in Europa, allora non lo accetterò».

Una settimana dopo era stato il premier Manuel Valls a esprimere «inquietudine per l’andamento del negoziato» e ribadire che la Francia era pronta a dire «no» all’accordo.

Lunedì scorso è sceso in campo il ministro al Commercio estero Matthias Fekl, figura emergente del partito socialista e responsabile del dossier: «L’Europa propone molto e riceve molto poco in cambio. Questo non è accettabile. Alla luce dell’atteggiamento attuale degli Stati Uniti, mi sembra che lo stop alle trattative sia l’opzione più probabile».

E ieri Hollande ha chiuso in bellezza: «Allo stato attuale del confronto, la Francia dice di no all’intesa. Perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura, della nostra cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici».

Hollande ha scelto con cura la tribuna dalla quale pronunciare quello che assomiglia molto a un “de profundis” per il Trattato: un convegno sulla “sinistra al potere” in occasione degli 80 anni del Fronte popolare. L’opportunità per lanciare, di fatto, la campagna delle presidenziali di maggio 2017.

Al di là degli aspetti di contenuto (sull’apertura delle gare, appunto, sull’inclusione dei servizi finanziari che gli americani non vogliono, sulla tutela delle produzioni alimentari e sulla loro origine, sulla sopravvivenza di alcune barriere doganali, sulla creazione di una Corte sovranazionale per i contenziosi), il negoziato ha ormai assunto una dimensione politica che sembra renderne impossibile una conclusione entro la fine dell’anno (e quindi del mandato del presidente americano, come vorrebbe Barack Obama).

Il 2017 sarà un anno elettorale delicato in Francia e in Germania. E l’impressione è che in nessuno dei due Paesi (le trattative sono condotte dalla Commissione Ue, ma è evidente che senza il via libera di Parigi e Berlino non si andrà da nessuna parte) le classi dirigenti vogliano presentarsi all’appuntamento con un accordo sul quale, a torto o a ragione, aumenta l’ostilità delle opinioni pubbliche. Le quali guardano con sospetto a un negoziato avvolto in un certo alone di mistero sul quale si è fatta poca pedagogia e vedono in un salto di qualità e di dimensione del libero scambio più rischi che opportunità.

Questo è certamente vero in Francia (proprio Fekl avrebbe convinto Hollande che il “no” al Trattato può essere un buon cavallo di battaglia, in nome della protezione degli interessi del Paese, cioè del mai sopito protezionismo). Ma anche in Germania, per quanto ufficialmente Angela Merkel sia favorevole, il leader socialdemocratico Sigmar Gabriel (numero due del Governo e ministro dell’Economia) ha detto che «se gli Stati Uniti non vogliono aprire davvero il loro mercato, noi non abbiamo alcun bisogno di questo accordo commerciale». E persino negli Usa, dove Donald Trump ha già dichiarato tutta la sua ostilità e persino Hillary Clinton non sembra così convinta.

Marco Moussanet – Il Sole 24 Ore – 4 maggio 2016 

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