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Furlan: pensioni da riformare, torniamo alle quote età+anni di contributi. Sistema troppo rigido, serve flessibilità

Francesco Riccardi. «Il decreto sulle banche popolari è un errore clamoroso. Il governo farebbe meglio a occuparsi della crescita e delle pensioni. Questo sì è urgente». Il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan, critica la riforma del credito e coglie al volo l’apertura del ministro Poletti sulla previdenza.

Che cosa proponete? Non si può rimettere in discussione la legge Fornero senza gravare sui conti pubblici.

Abbiamo ben presenti le compatibilità di bilancio. Ma non meno che l’occupazione giovanile è in forte sofferenza e che il sistema previdenziale oggi è troppo rigido. Occorre invece ripristinare una certa flessibilità in uscita e tener conto che non tutti i lavori, e non tutti i lavoratori, sono uguali: le persone hanno esigenze differenti e a 67 anni è diverso stare seduti a una scrivania o salire su un’impalcatura. Bisogna far sì, perciò, che sia possibile andare in pensione dopo un certo numero di anni di contribuzione, in combinazione a una certa età.

Insomma, chiedete il ripristino del sistema delle quote. Ma a che livello: 100?

Adesso non voglio fissare soglie, il cui impatto sui conti pubblici va verificato, ma questa è la strada. Inoltre, si possono incentivare – con contributi figurativi o sgravi fiscali – le “staffette” tra un lavoratore anziano che passa a part-time e un giovane che entra in azienda e impara un mestiere.

Nel frattempo va completandosi il Jobs act: la Cisl non ha scioperato, ma ora riesce a incidere sulle scelte?

Abbiamo già ottenuto che si evitassero alcuni errori, come la previsione dello “scarso rendimento” tra le fattispecie di licenziamento economico rispetto al quale non vi è più la reintegra, o la clausola di opting out per i datori di lavoro che avrebbe vanificato la reintegra stessa. Ora chiediamo modifiche sui licenziamenti collettivi. Ma ciò che consideriamo prioritario è che si faccia pulizia delle forme di lavoro più precarie. Il contratto a tutele crescenti ora è una realtà con costi ridotti per i datori di lavoro, il governo allora elimini associazioni in partecipazione, false partite Iva, contratti a progetto, lavoro intermittente. Davvero non ci sono più alibi per alcuno.

Il lavoro non è solo regole ma soprattutto contrattazione, come farla ripartire?

Questa è un’altra sfida che lanciamo all’esecutivo e alle nostre controparti datoriali. L’accordo che abbiamo disegnato nel 2009 è scaduto. Ora dobbiamo dare nuova centralità alla contrattazione aziendale e territoriale. E il governo può incentivare questo cambiamento defiscalizzando tutti o una parte degli aumenti per maggiore produttività. Così si sostiene la ripresa economica.

Intanto, però, Federchimica e Confindustria vorrebbero che i lavoratori restituissero nei contratti gli aumenti concessi per l’inflazione, rivelatasi più bassa del previsto. Cosa rispondete?

Di contratti addirittura in negativo per i lavoratori non se ne parla. Gli accordi sono da rinnovare, con una tutela minima dei redditi dei lavoratori a livello nazionale. E poi, appunto, dobbiamo trovare lo spazio e le modalità, nel secondo livello, per far crescere assieme in maniera significativa produttività e salari.

Oggi tutti plaudono le assunzioni della Fiat a Melfi. Però i problemi con la Fiom rimangono, visto che a Pomigliano l’avete esclusa dalle elezioni delle Rappresentanze sindacali aziendali.

La Fiom, il suo segretario Maurizio Landini e tanti osservatori non hanno ancora riconosciuto che quel risultato è dovuto da una parte agli investimenti della Fiat e dall’altra agli accordi che i sindacati non antagonisti, a partire dalla Fim-Cisl, hanno stretto. Prendendosi insulti e anche peggio. La Fiom ha una possibilità concreta per tornare a essere protagonista in un rapporto unitario con noi e le altre sigle: firmi il contratto nazionale Fiat e gli accordi sulla rappresentanza.

Anche sulle banche popolari il governo procede come un carro armato: sta scardinando un modello sociale? Come ci si può opporre?

Un errore eclatante quello del governo. Che rischia di cancellare un’esperienza storica, molto positiva, di partecipazione nel sistema bancario. Penalizzando e mettendo a rischio proprio quegli istituti che, assieme alle Banche di credito cooperativo, meglio hanno sostenuto le imprese in questi anni di crisi. Questo sarà un altro buon motivo per lo sciopero generale dei bancari il 30 gennaio.

L’Avvenire – 26 gennaio 2015

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