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Galline, salute, concorrenza e privacy. Ecco perché il trattato Usa-Ue non è dalla parte dei cittadini. Nella giungla dei negoziati tra Washington e Bruxelles

di Maurizio Ricci. Quante galline ci devono stare in un metro quadrato d’allevamento? Nove (in Europa), 23 negli Usa. Si possono dare gli ormoni ai maiali (no in Europa, sì negli Usa)? Si possono lavare con il cloro i polli (sì negli Usa, no in Europa)? Ovviamente, i polli, i maiali, i vitelli americani costano meno. E se un governo europeo volesse bloccarli, potrebbe trovarsi sotto accusa davanti ad un collegio arbitrale di tre avvocati.

Sono le storture potenziali del Trattato di commercio transatlantico che gli emissari di Washington e Bruxelles hanno continuato a negoziare, questa settimana, a Miami. Ma non tutte le storture sono figlie del modello americano. La normativa Usa sull’inquinamento delle automobili (truffa Volkswagen a parte) è, ad esempio, in alcuni casi più severa di quella europea e la responsabilità delle case produttrici assai più estesa. Se la Casa Bianca volesse inasprire queste norme, potrebbe trovarsi citata davanti allo stesso collegio arbitrale, questa volta, ad esempio, dalla Mercedes.

E’ la giungla che i negoziatori del Ttip (la sigla con cui viene indicato questo trattato) dovrebbero bonificare. In teoria, la normativa scelta potrebbe essere, volta per volta, quella più favorevole, sotto le voci ambiente e salute, ai cittadini. Allora, perché tante proteste? Perché la preoccupazione dei negoziatori è tutt’altra: il mandato ufficiale che hanno ricevuto è cercare anzitutto “regolamentazioni più compatibili” che consentano di abbassare i costi per le imprese. Altro che ambiente e salute. La prova si è avuta con l’affossamento della normativa sugli scassaormoni, le sostanze chimiche che possono compromettere l’equilibrio ormonale. L’Europa avrebbe dovuto regolamentarle entro il 2013, ma la lobby farmaceutica ha bloccato tutto, per non pregiudicare le trattative del Ttip.

Tuttavia, nonostante gli sforzi di Washington e Bruxelles, pare difficile arrivare ad un accordo complessivo nei tempi previsti. Al di là delle galline e delle auto, esistono differenze politiche, ideologiche, filosofiche di fondo fra le due sponde dell’Atlantico. Sono emerse vistosamente negli ultimi mesi, anche se nessuno le ha messe ancora in relazione con il Ttip.

La salute, anzitutto. In Europa vale “il principio di precauzione”. Ovvero, bisogna dimostrare prima che la roba che si vuol mettere in commercio è innocua. In America, invece, se non si dimostra scientificamente che quella cosa fa male, la si può vendere. Se ci sono danni, ci penseranno i tribunali. Di fatto, un medicinale autorizzato negli Usa potrebbe ugualmente essere definito “pericoloso” in Europa. Poi, l’Antitrust. Come dimostrano i casi Microsoft e Google, l’Antitrust europea si preoccupa anzitutto di salvaguardare la concorrenza, quindi il rapporto di dominanza o meno sulle altre imprese. In America, invece, fa premio la tutela del consumatore. Se l’azienda X domina il mercato, ma fornisce ai suoi clienti un servizio migliore, a prezzo più vantaggioso, l’Antitrust non la ferma.

Infine, la privacy. Il caso più famoso è il diritto all’oblio, l’obbligo di cancellare i dati personali, che gli Usa non riconoscono e l’Europa impone. Per i giganti Usa del digitale è una jattura. Che rischia di impallidire davanti alla nuova bomba servita dall’Europa nelle ultime settimane: il divieto di trasferire (ad esempio per Facebook) i dati di un utente europeo sui server americani, meno attenti alla privacy. La conseguenza è la ripartizione dei dati (americani ed europei) su server diversi, la difficoltà ad incrociarli, la moltiplicazione dei server nei vari paesi, la compromissione di un modello di business. A meno di non trovare una definizione comune di privacy. Più difficile dell’accordo sulle galline.

Repubblica – 25 ottobre 2015 

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