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Gestione peste suina africana e fattore antropico. Determinate attività umane possono comportare elevati rischi di contaminazione ambientale. Studio Ispra

Vet33. Nella gestione della peste suina africana e delle strategie di contenimento, non può essere ignorato il fattore antropico. Determinate attività umane, infatti, potrebbero comportare elevati rischi di contaminazione ambientale.

La peste suina africana (PSA) è una malattia virale letale causata dal virus della peste suina africana, l’unico virus della famiglia Asfaviridae, che colpisce diverse specie di suini selvatici e domestici e per il quale non sono attualmente disponibili vaccinazioni o cure mediche efficaci. Il virus può sopravvivere per lunghi periodi nell’ambiente e gli esseri umani possono agire involontariamente come vettori attraverso fomiti infetti, con ripercussioni sull’introduzione della PSA negli allevamenti di suini.  Per verificare con quali probabilità possa esserci contaminazione umana nelle aree endemiche, un team di ricercatori dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha condotto uno studio di simulazione.

Nello specifico, sono stati confrontati i rischi di infezione relativi a diversi tipi di attività forestali umane e prodotte stime del numero minimo previsto di eventi di contaminazione indotta dall’uomo che si verificano annualmente su scala di alcuni paesi europei. E stato così evidenziato che su una breve scala temporale e in un contesto spaziale relativamente piccolo, la contaminazione ambientale da PSA appare un evento piuttosto improbabile per la maggior parte degli usi forestali simulati, con probabilità di contaminazione spesso inferiori allo 0,1%.

I risultati cambiano se si estende il processo di contaminazione sia a livello temporale che spaziale, valutandolo su un intero anno e su vaste aree geografiche. In questo caso, infatti, l’accumulo delle stesse attività forestali, ripetute più volte al mese all’interno dello stesso pezzo di foresta, ha prodotto l’aspettativa che migliaia di eventi di contaminazione si sarebbero verificati ogni anno, con conseguenze epidemiologiche potenzialmente rilevanti.  Quanto alle attività potenzialmente più rischiose in termini di probabilità di contaminazione, sono state individuate l’alimentazione supplementare del cinghiale e il disboscamento forestale. Tuttavia a fare la differenza sono anche la frequenza e l’intensità dei diversi tipi di utilizzo delle foreste. Alla luce di queste evidenze, i ricercatori sottolineano come, nel pianificare azioni per ridurre la circolazione della PSA e prevenirne l’irruzione nel sistema di allevamento di suini, non si possa ignorare il rischio di contaminazione ambientale causata dall’uomo. Inoltre, nelle aree colpite da PSA sarebbe opportuno limitare radicalmente o evitare del tutto l’alimentazione supplementare. Infine, anche nei riguardi della caccia al cinghiale, di frequente adottata come strumento di contenimento, va sviluppata la consapevolezza che essa può portare un ulteriore rischio di contaminazione. Proprio alla luce di queste criticità, è fondamentale che tutte le attività umane nelle foreste delle aree endemiche della PSA vengano svolte nel pieno rispetto di tutte le norme di biosicurezza.    

Gervasi, V., Marcon, A. & Guberti, V. Estimating the risk of environmental contamination by forest users in African Swine Fever endemic areas. Acta Vet Scand 64, 16 (2022). https://doi.org/10.1186/s13028-022-00636-z

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