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Giovani medici specializzandi, in corsia a 850 euro al mese

Complici i bilanci regionali in rosso e i tagli previsti nella Sanità a livello nazionale (circa 14 miliardi entro il 2014), i giovani medici che potrebbero essere le ‘eccellenze’ di domani sono diventati una categoria a rischio. Con specializzazioni sottopagate e stipendi in ritardo. Così, chi può emigra. E chi rimane protesta

Eleonora D., ventottenne, è un medico. Futuro oncologo per l’esattezza. Lo scorso cinque luglio, tra un brindisi e l’altro, ha varcato il reparto di Oncologia dell’università di Messina. Missione, per molti versi speciale: la specializzazione. In effetti, speciale lo è diventata presto. O almeno quando ha scoperto che da allora non ha mai ricevuto uno stipendio fino ad oggi.

«Come faccio a campare?» sbotta. «Di sicuro non posso chiedere soldi a casa: ho una sorella di 30 anni disoccupata e in tre vivono con 700 euro di pensione di mio padre, ex operaio. Non ho potuto tagliare certe spese visto che la mia famiglia vive a 300 km da Messina e devo pagarmi un affitto. E pur avendo una laurea, non posso svolgere la mia professione di medico altrove: per legge, la specializzazione è incompatibile con altre prestazioni».

Lo stipendio di Eleonora dovrebbe arrivare dalla Regione. Ma nessuno sa dirle perché è bloccato. «E allora? Semplice: ho fatto un piccolo prestito e mi arrangio con altri lavoretti. Quando studiavo facevo la cameriera nei pub dopo le lezioni all’università. Adesso, dopo i turni in ospedale, faccio la collaboratrice domestica». L’Università, però, è puntuale: le ha inviato a casa un avviso con la scadenza di pagamento del 21 dicembre e l’importo (comprensivo di conguaglio e anticipo per il nuovo anno) delle tasse. Quasi duemila euro. «Non mi vergogno a pulire le case degli altri, l’alternativa sarebbe andare a rubare».

Quella di Eleonora è una delle tante storie di (stra)ordinaria precarietà. Perché mentre i riflettori si spostano in questi ultimi giorni tra insegnanti e operai, le categorie fino a qualche tempo fa considerate “protette” iniziano a dare segni di sofferenza più che patologica. Complice certi bilanci regionali in rosso (come quelli della Regione Sicilia) e tutti i tagli previsti nella Sanità a livello nazionale (circa 14 miliardi entro il 2014). E certi dati, per così dire, all’italiana. «Lo stato di precarietà in cui vivono i giovani medici italiani è multiforme. E non solo: basti pensare che in Italia i tempi per l’accesso all’esercizio della professione medica e per il conseguimento di una piena autonomia professionale sono in assoluto i più elevati nel panorama europeo», precisa Walter Mazzucco, presidente nazionale del Segretariato Italiano Giovani Medici.

Valeria M., 32 anni, campana, è invece una vittima della burocrazia. «In attesa del concorso per la specializzazione, l’unica risorsa di sopravvivenza soprattutto al Sud è fare le guardie mediche notturne. Esiste una graduatoria che, per legge, dovrebbe essere pubblica. Io però, che fino ad oggi non ho mai ricevuto nessuna chiamata per un turno, non le ho mai viste. Mi sono informata ma non ho ottenuto nulla. Anzi, ho scoperto che non esiste nessun controllo sull’incompatibilità tra questi turni e altre prestazioni: così c’è chi fa due, tre lavori, e le guardie mediche e c’è pure chi è iscritto in graduatorie di più province contemporaneamente. Cosa del tutto illegale, ovvio. Ho cercato spiegazioni. La risposta? Non avevano avuto tempo per verificare la mia situazione. Sono ancora in attesa di un concorso per la specializzazione. Ma soprattutto di un lavoro per sopravvivere».

Il destino in bianco di una attesa beckettiana riguarda anche i colleghi catanesi del corso in Medicina generale. Un corso che dura tre anni e che prevede, al netto, una busta paga di 850 euro al mese. Sempre che arrivi. «Io? Non la ricevo da 5 mesi come tanti altri colleghi» precisa Giuseppe L., 36 anni. «Non solo, non posso neanche svolgere attività libero-professionale. Cosa vuole lo Stato, che mi dia al nero? Io sono fortunato perché riesco ad arrotondare facendo sostituzioni per le guardie mediche. Ma perché non possiamo svolgere il nostro lavoro fatturando regolarmente e contribuendo così all’economia italiana? Del resto, rispetto agli specializzandi, noi paghiamo l’Irpef e a nostre spese è anche l’assicurazione obbligatoria personale. Poi sento che il governo vuol rendere il medico reperibile 24 ore su 24. Bell’idea, certo, ma con quali soldi?». E se sei una donna è anche peggio. «Le colleghe non hanno nessuna garanzia di stipendio quando si assentano durante i cinque mesi obbligatori di maternità. Quando rientranno, devono pure recuperare i cinque mesi di tirocicnio e spesso aspettare un anno oltre i tre per terminare il corso visto che non esistono sessioni straordinarie. Ah dimenticavo, io non sono mamma ma non ricevo stipendio da agosto», aggiunge Rosalba N., 31 anni, futuro medico di famiglia

Se però sei una specializzanda, può andar meglio. «In questo caso puoi sfruttare gli unici 12 mesi di permesso concessi per tutto: malattia, gravidanza o problemi personali. Io ho scelto di avere due gravidanze durante la scuola perché nessun ospedale mi avrebbe fatto un contratto dopo con il pancione. Certo nel primo caso sono stata pagata, nel secondo no perché i 12 mesi li avevo tutti consumati stando a letto per tanti mesi immobile. In compenso mio marito, con due specializzazioni, vive da 11 anni con contratti a tempo determinato. Se un giorno ne firmerà uno a tempo indeterminato ripartirà da zero, altro che scatti di anzianità», racconta Laura N., 38 anni, nefrologa.

Il quadro clinico appare ancora più fosco se si pensa che a ogni posto letto che il governo taglia (sono a rischio 250 ospedali), c’è un camice che pensa di emigrare. Fabrizio S., 38 anni, neurologo, sta preparando le valige. «Io sono un esperto in trombolisi e se non lavoro in Stroke Unit dentro gli ospedali, non me ne faccio nulla della mia formazione in varie strutture in giro per l’Italia. Se penso che nell’ospedale dove ho iniziato, a Messina, non ci sono concorsi da 19 anni, non è un gran futuro quello che mi aspetta».

Va meglio oltre il recinto della Sanità pubblica? Non proprio: il tono di voce che proviene dalle strutture cattoliche e convenzionate, resta alto. Una per tutte, i dipendenti dell’Idi di Roma che sono finiti a protestare sul tetto dell’ospedale. Quattro mesi senza stipendio, continuano a urlare.

L’Espresso – 15 dicembre 2012

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