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Giovani, rigorose, in viaggio le scienziate senza frontiere

Sono sempre più numerose le donne che fanno apprezzare l’ Italia nel mondo ma che spesso non riescono a ottenere uno sbocco immediato nei nostri laboratori

Ester Zito, 35 anni, napoletana di nascita, americana per adozione, torna ora in Italia per fondare un proprio gruppo di ricerca all’ Istituto Mario Negri. E’ uno dei casi di cervelli che fanno apprezzare l’ Italia nel mondo e, perché no, anche il livello di competenze che si possono raggiungere nei nostri atenei che fanno eccellere nelle conferenze internazionali, ma che spesso non garantiscono uno sbocco immediato nei nostri laboratori. E’ uno degli emblemi della nuova generazione di donne che si stanno facendo strada nella scienza. Le emule della Levi Montalcini e della Margherita Hack che oggi, grazie a Internet, stanno affermando un nuovo modello di lavoro, senza frontiere. Come la diciannovenne Irene Chirico di Pescia, Potenza, l’ ispiratrice del progetto della scarpa a recupero energetico di Hermes, nato da un’ idea mentre faceva jogging: è possibile recuperare l’ energia che si libera durante la corsa usandola come fonte alternativa? L’ ha sviluppata in team a scuola, con le colleghe e l’ insegnante. Nella carrellata dei ricercatori emergenti in gonnella c’ è anche Chiara Daraio, 34 anni, una laurea in Ingegneria Meccanica all’ Università Politecnica delle Marche, approdata infine a insegnare al Californian institute of technology. Ha studiato a Trieste, Serena Zacchigna, laurea in Medicina e chirurgia e dottorato ha vinto una MarieCurie Fellowship al Vib di Leuven, Belgio) ma Trieste non l’ ha voluta perdere e fa ricerca presso il Laboratorio di Medicina Molecolare dell’ Icgeb nonché insegnante di Biologia molecolare alla Facoltà all’ Università di Trieste. «La scienza è per tutti, deve essere open source», con questa idea in testa Ilaria Capua, ha consentito all’ Italia di giocare un ruolo chiave nella corsa contro l’ aviaria. Direttrice del laboratorio di virologia e del centro di referenza nazionale e internazionale per l’ influenza avaria dell’ Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, a Legnaro, Padova, in piena emergenza per la diffusione dell’ aviaria, ovvero il virus H5N1, è riuscita con il suo team a identificare il primo H5N1, quello africano. Nessuno conosceva questo virus. Lei, anzi loro, come ama dire riferendosi al team, lo hanno isolato e caratterizzato, una fase chiave della scoperta scientifica. Non solo. Caratterizzata l’ impronta, l’ hanno messa su Internet e cosi l’ informazione ha fatto il giro del mondo, rendendo più tempestivo l’ intervento. Una prassi insolita, allora, per il mondo della ricerca, dove la paternità di una scoperta apre le porte a pubblicazioni illustri, a una carriera brillante, all’ accesso a fondi, pubblici e privati. Poi, quando c’ è un’ epidemia, scattano sostanziosi finanziamenti extra: si mette in moto un vortice di interessi e soldi che poco sembra conciliarsi con l’ accessibilità di tutto a tutti. Siamo nel 2006, ed è la prima volta che un virus influenzale di questo tipo raggiunge l’ Africa. La comunità scientifica non può aspettare, pena migliaia di morti, sia tra gli animali che tra le persone. Per un continente così povero e arretrato, lo scenario che si intravede è la catastrofe. Ilaria guarda oltre i confini del laboratorio: la sequenza trovata era un bene pubblico, così, dopo un rapido consulto con in colleghi, ha deciso di mettere la sequenza su GenBank, la banca dati ad accesso aperto. E’ come se una faglia si fosse mossa scatenando un terremoto che ha attraversato il globo. In una settimana la sequenza viene scaricata 1000 volte, segno che c’ è fame di informazione. Inutile dire che il mondo accademico le si è rivoltato contro. Il dibattito è aperto. Ma Internet e i social network buttano giù nuove frontiere.

Affari – Repubblica – 28 settembre 2012

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